Il più grande parla del più grande. Parliamo di Eddy Merckx, il più vincente ciclista della storia (525 successi in 16 anni di professionismo, con 5 Tour, 5 Giri, una Vuelta, 3 mondiali e 19 Monumenti: 7 Sanremo, 3 Roubaix, 2 Fiandre e 2 Lombardia) e del suo erede, Tadej Pogacar, che domenica scorsa, a soli 27 anni, ha raggiunto il Cannibale nel ristretto club dei plurivincitori della Grande Boucle, con altri tre: Anquetil, Hinault e Indurain.
Eddy, intanto come sta dopo le varie operazioni all’anca?
«Benino, sto facendo riabilitazione, ma ci vuole tanta pazienza e io non ne ho moltissima».
Ha seguito il Tour?
«Assolutamente sì, non mi sono perso una tappa».
Si è divertito?
«Moltissimo. Con Pogacar non ci si annoia mai».
La tappa che le è piaciuta di più?
«Sono due: l’Alpe d’Huez vinta da Tadej e il circuito finale dei Campi Elisi con il triplice passaggio su Montmartre: una tappa così avrebbe esaltato anche me».
Dove può arrivare Pogi?
«Dove vuole. Se lui si pone un obiettivo lo raggiunge. Lui può vincere sei-sette Tour e sono anche convinto che se imposta la stagione in un certo modo può anche fare quello che mai nessun corridore è stato capace di fare: vincere Giro, Tour e Vuelta nello stesso anno. Poi se punta nel ’28 ai Giochi di Los Angeles, allora non ce ne sarà per nessuno».
Pogi fortissimo, ma gli avversari sono stati all’altezza?
«Sì, perché sono andati forte, non è un caso che abbiano stabilito la media record della corsa (43,227) con la bellezza di 54.500 metri di dislivello: in uno dei Tour più duri. Umanamente bisogna anche prendere atto della forza dell’avversario. Certo, se in corsa fosse rimasto Vingegaard, probabilmente avremmo visto qualche duello in più, anche se il danese mi è apparso, fin quando è stato in corsa (ritirato nella 15ª tappa per caduta, ndr), meno brillante del campione del mondo».
Lei si rivede in Tadej?
«Abbiamo la stessa voglia di vincere e di migliorarci. Ci lega una grande passione per la bicicletta. Anch’io non perdevo un allenamento. Ma i grandi atleti, anche i più dotati, fanno così. Voi avete Sinner: è frutto di talento e tanta applicazione».
Qualche fischio, pochi a dir il vero, ma a Tadej sono arrivati.
«Nel ’72 sono arrivati anche a me, e io l’anno dopo sono andato alla Vuelta (vinta)».
Chi le è piaciuto in questo Tour?
«Mads Pedersen, Richard Carapaz, Van der Poel e poi Paul Seixas: a soli 19 anni arrivare quarto in un Tour così duro non è da tutti».
Il talento francese è oggetto del desiderio di molte squadre: Netcompany Ineos, Q36.5, Uae, la squadra di Pogi. Cosa gli consiglierebbe di fare?
«Se si trova bene alla Decathlon, io resterei dove mi sento bene e sono cresciuto, ma è lui che deve decidere».
Remco Evenepoel le è piaciuto?
«Ottimo il suo secondo posto, ma se tutto doveva andare come doveva sul secondo gradino ci sarebbe andato Vingegaard, anche se innegabilmente il suo secondo posto vale tanto».
Sa che Pogi sta pensando di correre anche la Vuelta che scatterà da Montecarlo, dove vive, il prossimo 22 agosto?
«Se se la sente».
Non è troppo, visto che punta anche a vincere per la terza volta consecutiva il mondiale a Montreal, dove anche lei nel 1974 fece tripletta?
«Tadej sa prepararsi, ha doti non comuni. Sbagliamo se continuiamo a considerarlo un corridore così come gli altri».
Gli italiani in questo Tour non ci sono stati.
«Nessuna tappa per Francia, Spagna e Italia: è cambiato il mondo. Si è allargato. Anche il Belgio, che ha diversi talenti ed è ancora un’ottima sciola, registra però un calo di tesserati. Le ragioni? C’è tanta offerta, molti altri sport. Il ciclismo è molto faticoso e poi è molto pericoloso. In ogni caso l’Italia ha questo ragazzino che si chiama Mark Lorenzo Finn, campione del mondo Under 23 e vincitore del Giro Next Gen che è un vero talento. Vedrete che con lui tornerete a divertirvi. Una cosa però è certa».
Quale?
«Non è Pogacar: come lui nessuno».
Forse solo Merckx.
