Cinema e denaro pubblico

RomaL’arrivo, neanche cinque anni fa nel panorama già congestionato delle manifestazioni cinematografiche italiane, di quello che oggi si chiama Festival Internazionale del Film di Roma, posizionatosi subito e in maniera un po’ avventata a breve distanza dalla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ha provocato uno scossone anche nei più affermati appuntamenti autunnali. A subirne il contraccolpo è stato il Torino Film Festival che si svolgeva tradizionalmente nella prima metà di novembre nella città sabauda e che in questi ultimi anni è slittato sempre più avanti (l’edizione numero 28 sarà dal 26 novembre al 4 dicembre). Ieri Il Giornale ha pubblicato i dati di quanto costano Roma e Venezia, 26 milioni di euro di cui quasi la metà di fondi pubblici. A questi si aggiungono quelli, certo non astronomici, di Torino con un budget di 2 milioni e 600mila euro. 700mila arrivano dagli sponsor privati mentre i finanziamenti pubblici sono così ripartiti: Regione Piemonte 1,2 milioni di euro, Comune di Torino 300mila, Provincia 38mila, Ministero per i Beni e le Attività Culturali 330mila.
Nel recente passato, dopo che Veltroni aveva fatto la frittata inventandosi la kermesse romana, fu addirittura il vicepremier dell’epoca e Ministro dei Beni Culturali, Rutelli, a organizzare una leggendaria riunione prima del Natale 2006 tra gli organizzatori dei tre festival per concordare le date delle varie manifestazioni. Pomposo incontro, in casa ex Ds ora Pd, tra i sindaci Veltroni, Cacciari e Chiamparino ma il cui risultato fu la radiografia dell’esistente: Venezia rimaneva ai primi di settembre, Roma a metà ottobre e Torino a metà novembre. E invece di dire che forse tre eventi internazionali di fila erano, e sono troppi anche per un Paese campalinistico come il nostro, Rutelli rivoltò la frittata annunciando di voler «dare al pubblico tre mesi di grande proposta culturale italiana». A quasi cinque anni di distanza però si può tranquillamente affermare che, se le manifestazioni di grande tradizione culturale come quella di Venezia e Torino hanno mantenuto la loro forte fisionomia e identità, l’appuntamento capitolino sta finendo per essere la vittima, schiacciato tra gli altri due.
E se la Mostra del Cinema di Venezia è a suo modo una corazzata, il Torino Film Festival non poteva certo resistere all’arrivo di una nuova manifestazione che pescava proprio nel suo bacino (nuovi autori, nuove tendenze), se non grazie all’invenzione (già usata per la verità in passato a Venezia con Lizzani e Pontecorvo) di mettere a capo del festival un regista affermato. Manovra voluta e ben realizzata dal vero deus ex machina del sistema piemontese, Alberto Barbera, presidente del Museo del Cinema di Torino, ente organizzatore del festival. Proprio dal suo cilindro uscì l’idea di chiamare nel 2007 Nanni Moretti che in due anni di direzione ha assicurato al festival una grande attenzione, della stampa (obiettivo primario) e degli addetti ai lavori. Ora, in questa difficile impresa, dallo scorso anno è impegnato un altro grande regista come Gianni Amelio che, al contrario di alcuni detrattori, si è molto speso in prima persona per mantenere alto il livello della proposta culturale dello storico festival torinese.

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