Il cinema ha il remake facile. È la scorciatoia per il boxoffice

I fratelli Coen annunciano il ripescaggio del western «El Grinta». Ma i
rifacimenti sono solo un modo per assicurarsi buoni incassi

L’ultima tentazione, ma potrebbe già essere la penultima, è Amici miei. Chi è già in pieno peccato, invece, sono i fratelli Coen che annunciano una nuova versione di El Grinta, storico western con John Wayne. Di remake sono piene le sale, le tv e, forse, le scatole degli spettatori. Come dice il venerabile saggio Monicelli, che dei primi due Amici miei è stato l’inimitabile timoniere (il terzo, molto più stinto è di Nanni Loy), «i rifacimenti sono un modo piuttosto facile per far quattrini». Almeno nelle intenzioni. Non ci vuole un grande sforzo di fantasia: la storia c’è già, basta una riverniciata ai dialoghi, qualche opportuno aggiornamento, se fra un allestimento e il successivo è passato troppo tempo, interpreti di richiamo, e il gioco è fatto. Tanto più se si ha la sfrontatezza di mantenere l’identico titolo dell’originale.

Ma c’è qualche produttore che va ancora più sul sicuro. Aggiunge al titolo un 2, un 3 o un 4, a volte anche un 6 e ci rifila lo stesso film dell’anno prima. Vedi, tanto per non far nomi, la serie Rocky, tutt’altro che disprezzabile nell’episodio pilota: nelle puntate successive Stallone si trovava sul ring un nuovo avversario, ma gli rifilava i medesimi cazzotti. Si può dire che non ci sia pellicola che non abbia avuto il suo rifacimento: western, fantascienza, commedie, gialli, musical, drammi, tutto fa brodo, per non spremersi troppo le meningi e passare, non sempre a testa bassa, al botteghino.
Saltando tra i generi e tra i decenni, ecco il celeberrimo King Kong, partorito nel 1933, tornato briosamente in vita nel 1976, complici le gambe da infarto dell’esordiente Jessica Lange, e abortito dieci anni dopo con il ridicolo King Kong 2. La stirpe di scimmioni dal cuore d’oro si è poi allungata con svariati, dimenticabili gorillini. Il magnifico I tre moschettieri con Gene Kelly e Van Heflin del ’48, che sarebbe piaciuto da matti anche ad Alexandre Dumas padre, è stato seguito da tre fratelli davvero minori, ma se non altro legittimi, uno del ’61 con Mylène Demongeot, un altro con Oliver Reed del ’74 e il terzo con Kiefer Sutherland del ’93. Dei troppi parenti per così dire bastardi, meglio tacere.

Tre edizioni ha avuto anche la nave più sfortunata della storia, naturalmente dopo il Titanic, varata per la prima volta nel 1935 col titolo La tragedia del Bounty (sulla tolda Clark Gable, Charles Laughton e Francht Tone), che nel ’62 diventa Gli ammutinati del Bounty (Marlon Brando, Richard Harris e Trevor Howard) e infine nell ’84 si restringe al Bounty (Mel Gibson, Anthony Hopkins, Laurence Olivier). Ardua una classifica di merito con interpreti di quel calibro.
Cugini dei remake si possono collocare le parodie, di cui sono stati insuperabili maestri Totò e il tandem Franco&Ciccio. Qualche, irresistibile, titolo rende meglio l’idea: Totò le Mokò, Totò e Marcellino, Totò, Peppino e la dolce vita da una parte; Due mafiosi contro Goldginger, Le spie vengono dal semifreddo, Il bello, il brutto, il cretino dall’altra.

Secondo la leggenda, i remake sono sempre peggio dell’originale. Vero, con qualche eccezione. Il fantastico, beninteso nel senso di fantasy, La fabbrica di cioccolato che Tim Burton ha diretto nel 2005 è più spettacolare, anche se meno spiritoso, del Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato del 1971. Il cattivo tenente, un poliziesco girato l’anno scorso da Werner Herzog, nonostante la presenza di Nicolas Cage, è mille volte meglio dell’indecente (sotto ogni punto di vista) omonimo film del ’92, targato Abel Ferrara. Così l’esotico drammone Il velo dipinto del 2006, con Naomi Watts e Edward Norton, è molto più appetibile del film di cui è l’inesorabile rifacimento. La spiegazione sta tutta nell’età. Il primo, con la divina Greta Garbo, ha settant’anni esatti di più. Per dirne ancora una, l’ultima, il fantascientifico Solaris del 2002 di Soderbegh con George Clooney è noioso quanto il celebre omonimo di Tarkovskij di trent’anni prima. Però dura poco meno della metà, quindi dimezza gli sbadigli.

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