Inviato a Venezia
Fuori dal Palazzo del Cinema, il Codacons ha piazzato un pannello Ridateci i soldi e ha lasciato che il pubblico ci scrivesse sopra, foglio dopo foglio. Il risultato è un dazebao spontaneo che vale più di alcune recensioni della critica ufficiale: qui la gente giudica dopo aver pagato il biglietto, e senza mezzi termini. I film sono pagati anche con denaro pubblico: ma cosa ne pensa il pubblico?
Il totale dei fondi pubblici dichiarati per i principali sette film italiani (i cinque in concorso più Gianni Amelio e Mario Martone) sfiora i 12,5 milioni di euro ma è una stima al ribasso. Va detto, per onestà, che i dati citati sono autodichiarati dalle stesse case di produzione nel database del Ministero della Cultura, che non ne garantisce la veridicità. Inoltre, alcune voci, come i fondi automatici ancora da assegnare o i tax credit non definitivi, potrebbero mancare nella scheda al momento della rilevazione. Significa che il saldo reale, con ogni probabilità, è più alto.
Veniamo ai film. Su Nessun dolore di Gianni Amelio (450.000 euro di contributo selettivo) qualcuno ha scritto: «Nessun dolore è il titolo, ma alla fine per lo spettatore è tanto dolore!» Un altro, più diretto: «Gianni Amelio mi hai fatto venire voglia di votare Vannacci». Il film racconta accoglienza e fraternità: bel risultato... Ancora più severo il trattamento per La ragazza con la Leica di Alina Marazzi (470.000 euro tra sviluppo e produzione): «Se qualcuno in futuro vi dirà mi sono avvicinato alla fotografia grazie a questo film’, non fidatevi di quella persona». I critici hanno notato (ma non scritto, strano) che lo stesso film, girato da un maschio, sarebbe finito nel mirino del politicamente corretto. È più preciso il muro: «Ambizioso, ma non sostenuto da un’idea forte. Insopportabile lei che sculetta vestita di rosso per le strade di Parigi».
Nemmeno Nanni Moretti, che con Succederà questa notte ha raccolto oltre 5 milioni di euro tra tax credit e contributo selettivo, il finanziamento più alto del lotto, si salva: «Ninna Nanni Moretti è soporifero. Sogni d’oro», scrive qualcuno con understatement quasi affettuoso, mentre un altro lancia un accorato «Ridateci Nanni Moretti (che tristezza)». Con The Echo Chamber arriviamo alla soluzione più radicale: Vendo memoria di questo film. Vorrei dimenticarmelo
Per il resto, c’è chi vuole arrestare Luca Guadagnino per l’interminabile documentario su Bernardo Bertolucci e chi ha lasciato La città dei vivi con la morte nel cuore. C’è anche chi va fuori tema e nota la somiglianza fisica tra il direttore Alberto Barbera e George Clooney. Purtroppo per il direttore, il messaggio si direbbe ironico.
Queste recensioni pongono indirettamente una domanda: quando quasi tutto il cinema italiano passa dallo stesso fondo pubblico, che differenza resta tra arte finanziata dallo Stato e arte di Stato? Non è un’accusa di asservimento ai governi di turno; è un’osservazione più semplice: se il committente ultimo, dietro ogni produttore indipendente, ogni casa di distribuzione e ogni sceneggiatura ambiziosa, è sempre lo stesso Ministero, nessun regista può davvero fregiarsi di essere controcorrente o di fare un cinema fuori dal sistema. Eppure, il cinema italiano è pieno di sovversivi sovvenzionati, che si muovono come comparse di un eventuale film horror: La notte degli ossimori viventi.
