Sospesi su una Milano che non c’è più, nel labirinto di marmo delle guglie del Duomo - immutabile contraltare alla giungla d’asfalto che cresce voracemente decine di metri più in basso -, Alain Delon e Annie Girardot, sulla pellicola Rocco Parondi e Nadia, si dicono addio in una delle scene più iconiche e struggenti del nostro cinema. Nella città che Luchino Visconti scelse come palcoscenico di «Rocco e i suoi fratelli» (1960) non ci sono ancora i nuovi grattacieli che ne avrebbero ridisegnato lo skyline, non c’è la metropoli scintillante che conosciamo, nessuna fashion week o notte «da bere». Ci sono strade, tram, periferie, baraccopoli e casermoni popolari, fabbriche, palestre, lavoro duro e passioni forti, pugni e sudore, miraggi di gloria e ricchezza, strazi del corpo e dell’anima. Ma la trasformazione avanza implacabile, e la macchina da presa implacabilmente la racconta.
Riemerge nelle immagini e nei luoghi de «La Milano di Rocco e i suoi fratelli», progetto organizzato da Entracte, con il patrocinio del Municipio 3, in programma dal 5 all’11 settembre tra viale Argonne e via Birago (ore 10-19, il 5 fino a mezzanotte): una mostra fotografica all’aperto, immagini di scena, materiali d’archivio, un percorso inclusivo con sei bassorilievi tattili tratti da altrettante scene del film e, il 5 alle 20, nell’area pedonale centrale di viale Argonne, proiezione pubblica del film (iniziative gratuite).
Città romantica e ruvida, attraversata da profonde tensioni, affascinata e impaurita al contempo da una modernità che sta irrompendo sulle ali del boom economico, la Milano di Visconti - di cui quest’anno ricorre il 120° anniversario della nascita - conserva echi della narrativa di Giovanni Testori, a cui il regista fu legato da un intenso sodalizio artistico. Si respira tutta la periferia testoriana dalle parti di via Dalmazio Birago, ad Acquabella, dove la famiglia Parondi trova la prima casa milanese: ora zona residenziale, all’epoca parte del Quartiere popolare Filzi di ispirazione razionalista; come la non distante via Feltre, lo stradone che oggi porta alla tangenziale Est e che nel film ospita il cantiere dove lavora Vincenzo, il maggiore dei fratelli (interpretato da Spiros Focas). Via Ercolano e via dei Pioppi, a Villapizzone, sono il teatro dello scontro tra Rocco e il fratello pugile Simone, che termina davanti a un palazzo all’incrocio tra le due strade, in zona Ghisolfa: in piazzale Lugano (Bovisa-Dergano) Rocco e Nadia vennero scoperti insieme proprio da Simone, distrutto dalla rabbia e dalla gelosia.
Uno spaccato della Milano industriale si apre al Portello, con lo stabilimento dell’Alfa Romeo in cui lavora Ciro; in una sequenza compare anche via Gavirate (San Siro), dove Vincenzo si rivolge al custode di un cantiere al civico 7 chiedendogli consiglio su come sistemare la famiglia appena arrivata dalla Lucania. Alcune location che oggi fanno parte della Milano più cool ospitavano allora i primi avamposti del commercio su larga scala: davanti alla storica Standa di via Rosmini, in Sarpi-Chinatown, va in scena la storia d’amore tra Vincenzo e Ginetta (una giovane Claudia Cardinale).
In via Bellezza (Porta Romana-Bligny) si trova la palestra di boxe in cui si allenano Simone e Rocco, e nel vicino viale Sabotino c’è il luogo di lavoro del protagonista. Curiosità: per ragioni di permesso rifiutato, la celebre - e drammaticamente attuale - scena del femminicidio di Nadia, ambientata nel film all’Idroscalo di Milano, venne in realtà girata sul lago di Fogliano, nell’Agro Pontino. Così l’Amministrazione Provinciale, presieduta da Adrio Casati: «Pensiamo che l’Idroscalo - motivò - stia per diventare il polmone della città: un luogo per gente sana, sportiva, per i giovani. Non desideriamo che se ne offra una diversa interpretazione».
Va detto che pochi mesi prima, proprio in una roggia dell’Idroscalo, era stato rinvenuto il cadavere di una donna accoltellata: la realtà aveva anticipato ciò che sarebbe stato negato alla finzione.
