Ketticè ha l’anima di un dipinto, a metà strada tra Bosch e Brueghel. Colori netti, tinte fosche ma sapori da cannolo siciliano. È un ritratto della jeunesse neanche troppo dorè nella Palermo berlusconiana dei primi anni Dieci di questo terzo millennio. Una generazione annoiata con genitori demotivati e troppo distanti da loro e da una quotidianità fatta di fumo e di sesso. Anche se soltanto a parole. Nel film del giovane regista trentenne Giovanni Tortorici, presentato al recente Locarno film Festival e in uscita nelle sale italiane giovedì, brilla la stella di Monica Bellucci, tornata a casa con un Pardo sottobraccio, ricevuto per l’interpretazione femminile.
Quale reazione ha avuto alla notizia?
«È stata una sorpresa e ne sono rimasta onorata. Se devo essere sincera, confesso che il riconoscimento non me lo aspettavo. In fondo, la mia è solo una piccola parte».
Infatti alla cerimonia di premiazione era assente.
«Avevo già preso impegni di carattere familiare e non sono riuscita a modificarli all’ultimo momento. In sala c’era il produttore Luca Guadagnino. Insomma, ambasciatori importanti. E al mio posto, c’era il regista Giovanni Tortorici. Meritava una soddisfazione».
Come si è trovata a recitare con lui?
«Molto bene. Ho amato l’ironia di una storia che sa essere anche molto seria quando tocca il tasto del rapporto tra figli e genitori».
Nel film è una madre inquieta, disorientata. Perfino velleitaria.
«Sono prigioniera di un ruolo sociale ambiguo, tutto apparenza e poca sostanza. Tuttavia sono stata onorata del personaggio che ho interpretato anche se fortunatamente è molto lontano da me».
E sembra anche una moglie trascurata.
«In un certo senso è così. Il ritratto di un ceto medio-alto, prigioniero dei suoi schemi».
In parallelo con adolescenti che vengono dagli strati più bassi, come la protagonista Ketty.
«Sono una donna incasellata in una serie di schemi da cui non sono capace di uscire».
Eppure promette fuoco e fiamme.
«Solo a parole, però. Minaccio di andarmene e di abbandonare un figlio che mi delude e un marito invisibile e inetto ma si capisce fin dalle prime sfuriate che Vittoria, cioè io, non sarebbe mai capace di quel gesto estremo».
Anche con Giulio (Salvatore Gallina), suo figlio sul set, è aggressiva.
«Sono una mamma disgustata dall’apatia di un ragazzo cui non interessa lo studio e passa le sue giornate a fumare spinelli con una coetanea che nemmeno è la sua fidanzata. E che pure le compagne di scuola dileggiano e disprezzano. Forse con quella cattiveria dei più giovani, spesso immotivata e figlia solo di dicerie e pettegolezzi».
Con Deva e Léonie le è mai capitato di perdere le staffe come accade con Giulio nel film?
«Assolutamente no. Quello di Vittoria è un atteggiamento forzato e sopra le righe. So che se mi fossi comportata in quel modo con le mie figlie avrei soltanto peggiorato il rapporto con loro».
Ai genitori quindi consiglia di mantenere nervi saldi.
«Indubbiamente. Capisco che molte volte venga la tentazione irrefrenabile di alzare i toni. Con gli adolescenti, soprattutto. Tuttavia, mantenere la calma è meglio. E paga di più».
Anche Vittoria però è tutt’altro che perfetta
«È una donna che sta per sfiorire. Vede sbiadire la sua femminilità e si abbandona allo sconforto, girando per casa in ciabatte e divorando merendine davanti alla tv. Purtroppo accade. Il film racconta anche questo lato. In fondo, lei e Giulio sono facce diverse di una medesima insoddisfazione».
Ketticè va a scandagliare proprio questa sensazione.
«Si rappresentano le pressioni. Le pretese di genitori, scuola e istituzioni varie sui ragazzi ma anche quell’obbligo recondito di essere sempre perfetti pure quando non si è in pace con se stessi. Vittoria e Giulio ne sono l’incarnazione».
Un lato piuttosto triste e oscuro.
«Vero ma la vita è anche questo. Ogni tanto bisogna scendere dai tacchi a spillo. Parola di un’ex modella».
E quindi anche dalle passerelle.
«Assomigliano molto al teatro. La platea è lì e il rapporto va gestito con attenzione ma è proprio la gente a trasmettere forza ed energia».
Attratta forse dal glamour.
«Quello è un gioco di emozioni».
Quale sensazioni porterà con sé di questa esperienza a Locarno?
«Impressioni molto positive. Per la prima volta ho trovato un festival di prestigio che si pone dalla parte del pubblico e non degli addetti ai lavori. E io stessa mi sento in primo luogo una spettatrice».
E quando sceglie un film, quale predilige?
«Amo quelli che mi fanno divertire. Anche se nell’ultimo - Histoires de la nuit - presentato in concorso all’ultimo festival di Cannes, di divertente non c’è molto. Più che altro lo si vive con il fiato sospeso, diciamo così. È un thriller».
