I fan dei divi del cinema commettono spesso un tipico errore. Identificano il loro idolo col personaggio che l’ha reso famoso. Cocente la delusione quando, conosciuto il divo, se ne scopre l’abissale distanza dalla magnifica creatura conosciuta sullo schermo. Immaginiamo quindi lo stupore del regista Alexandre O. Philippe quando, incontrata Kim Novak, ha scoperto quanto l’ambigua e sfuggente protagonista hitchcockiana de La donna che visse due volte (titolo originale Vertigo) somigliasse all’enigmatica diva novantatreenne che ora aveva davanti. Perfetta, insomma, appare la scelta d’intitolare Kim Novak’s Vertigo il suo documentario sulla bionda star, che fuori concorso alla Mostra di Venezia del 2025 (dove la Novak ricevette il Leone alla carriera) esce giovedì nei cinema. Chi ha amato quel film amerà probabilmente questo: il ritmo si rifà a quello sospeso, avviluppante, a mezzo tra ossessione e morbosità, del capolavoro originale; addirittura alle stesse punte di necrofilia.
Tutto parte infatti dagli scatoloni di ricordi, chiusi da settant’anni, che il regista ha avuto il permesso di riaprire. Ed è come se scoperchiasse una bara, quando da una valigia riemerge - intatto e ancora morbido - il mitico tailleur grigio che la Novak indossava in Vertigo: «Ho sentito allora - sussurra lei, con la voce roca e spettrale che accompagna tutto il film - il bisogno di liberare ciò che è nascosto nell’armadio della mia mente». E cioè la crescente insofferenza che, fin dagli inizi e nonostante la celebrità, la fulgida diva provava
per la falsità di Hollywood. Fino ad arrivare nel 1980 ad un clamoroso ritiro. «Hollywood inghiotte le persone. Quando giri decine di film assimili qualcosa di ogni personaggio. E perdi di vista chi sei davvero. Ma la cosa che temevo di più era diventare Kim Novak. Quello non era nemmeno il mio vero nome». Marilyn Pauline Novak non amava affatto recitare (non si definisce nemmeno un’attrice, ma una «re-attrice»: cioè un’interprete che gioca più sulle reazioni che sulle azioni, sulla sottrazione che sull’accumulo) e meno che mai si riconosceva nello stereotipo del sex-symbol: «Per lei - analizzava Joshua Logan, regista di Picnic - essere bella era come indossare una corona di spine». Anche «grazie all’utilizzo di frammenti di film dell’attrice che visualizzano momenti della sua vita di donna, parte allora un continuo e cangiante gioco di specchi tra realtà e finzione: le spirali che il padre dipinge sulle uova di Pasqua sono identiche a quelle disegnate da Hitchcock nei titoli di Vertigo; il personaggio della Novak in Picnic pensa della propria bellezza esattamente quel che ne pensa Kim: Sono stanca di sentirmi soltanto guardare; il produttore Harry Cohn, che la controllava in tutto, «come vestivo, cosa mangiavo, con chi uscivo», è identico a quello che tiranneggia il suo personaggio in La leggenda di Lylah Clare. E lo spiritistico gioco di sovrapposizione arriva all’identificazione totale di Vertigo: «Quella è la storia di Madeleine e Judy, ma è anche la mia storia. Anche Judy ha paura di perdere la propria identità, trasformandosi in Madeleine; anche lei vuole essere amata per quello che è, non nelle vesti di un’altra. Vertigo è stato importante per
me. Mi ha fatto ritrovare. Ha sciolto i nodi della mia vita».
Eppure, sebbene venga diretta da altri maestri come Wilder, Preminger o Kubrick, nonostante trionfi quasi sempre al botteghino, Marilyn-Kim sprofonda sempre più nella spirale di una vera crisi d’identità. «Ad Hollywood la gente ti giudica continuamente. Come vesti, dove abiti, quanti soldi hai. Mi guardavo allo specchio e non riuscivo più a vedermi». È solo un caso, se l’unico fra i colleghi con cui stringa amicizia sia James Stewart? E cioè proprio il suo partner in Vertigo? «Jimmy non recitava. Era sullo schermo come nella realtà. E anch’io avevo bisogno di sapere che ero autentica». Parole che riecheggiano quelle di un’altra adorata quanto infelice bionda: «Anche Marilyn Monroe non si ritrovava più. Ma io non volevo fare la stessa fine». Le viene in mente, allora, la scelta radicale di un’altra divina. «Per proteggere sé stessa Greta Garbo si ritirò dal cinema. E allora pensai: perché non anch’io?».
Oggi, ancora sorprendentemente bella per la sua ragguardevole età, Marilyn-Kim ha trovato un equilibrio fra gli opposti grazie alla pittura. «La mia pittura mi ha salvata». In una casa-castello a picco sul mare dipinge. Cosa? Spirali continue, che ondeggiano, s’intrecciano, s’avviluppano. E in mezzo ad esse, spesso, due volti accostati. Quelli di Madeleine e di Judy.
