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Cinema

L’estate sta finendo e la commedia se ne va

I grandi registi hanno firmato film vacanzieri capaci di cogliere la vera natura del Paese sdraiato in spiaggia

Il sorpasso

In fondo è storia vecchia. Già nel 1761 a raccontarla era stato Carlo Goldoni, con la Trilogia della Villeggiatura. Le vacanze al mare come specchio dell’italica società. E se nel 700 a villeggiare in campagna erano solo gli aristocratici, nel 900, passando al mare, il rito è diventato fenomeno di massa. Che il cinema ha puntualmente registrato, mostrando quanto nei decenni le vacanze al mare siano cambiate. Ma continuando, in fondo, ad assomigliarci. Nelle distanze sociali, innanzitutto: già nel 1944, in I bambini ci guardano, De Sica racconta una famigliola impiegatizia che aspira a mescolarsi agli altoborghesi sulla spiaggia di Alassio. Ad Ostia, nel delizioso Domenica d’agosto di Emmer (1950), i ceti sono ancora ben divisi (il proletario Franco Interlenghi deve oltrepassare la rete fra la spiaggia del popolo a quella dei signori, per fingersi uno di loro) ma intanto già si codificano molti dei riti balneari più plebei: la pastasciutta che Ave Ninchi porta da casa, assieme al cocomero (messo al fresco nell’acqua); l’aeroplanino che inonda i bagnanti di dépliant pubblicitari; gli altoparlanti che li bombardano con gli ultimi successi canzonettari. Spesso le vacanze al mare nel dopoguerra sono ancora roba da ricchi. Basta confrontare la panoramica sul litorale di Domenica d’agosto con quella de L’Ombrellone di Risi (che è del 1965): il primo appare quasi deserto, il secondo diventerà, per chilometri, una brulicante distesa di corpi al sole. Così ne La spiaggia di Lattuada (1954) c’è ancora spazio per i pregiudizi sociali dei perbenisti che, sull’arenile di Pontorno, isolano la prostituta Martine Carole. Perché le vacanze nei film sono ancora patinate: gli yacht nel Golfo del Tigullio, fra cui nuota il poliziotto Mastroianni in Racconti d’estate, o i grandi alberghi del Golfo di Napoli, invano ambiti dal trasteverino Antonio Cifariello in Vacanze ad Ischia, sono ferie surrogate che il cinema offre a chi non se le può permettere. E in Guendalina di Lattuada (1957) la ragazzina ricca si mette col bagnino spiantato, sì; ma solo quando la spiaggia si spopola in autunno, sancendo così un altro classico vacanziero: il malinconico spegnersi dell’estate, assieme ai fugaci amori che aveva acceso. Sarà insomma solo con la commedia all’italiana dei 60 che la vacanza al mare diverrà realmente per tutti, facendo -come il miracolo economico- letteralmente boom. È il leitmotiv di film come Il Sorpasso (1961) o L’Ombrellone (1963), entrambi di Risi (e dei loro innumerevoli sotto-prodotti: Tipi da spiaggia, Ferragosto in bikini, Canzoni in bikini, Pesci d’oro e Bikini d’argento), entrambi costruiti su un caos balneare saturo di fragore visivo e sonoro: spiagge intasate, ragazzini frignanti, molesti racchettoni, urlanti venditori di cocco, altoparlanti che intimano di spostare la macchina o di cercare il solito bambino smarrito. Nel delirio de L’Ombrellone spunta perfino una vedova con bambini, tutti in costume da bagno nero, ovvero «a lutto»: «Poverina, le è morto il marito - spiega la vicina d’ombrellone - Vengono lo stesso perché, sa, hanno pagato per tutta la stagione». E l’euforia generale è solcata dai brividi erotici di maturi commendatori per provocanti ninfette in due pezzi: Tognazzi per la Spaak in La voglia matta (1962), Enrico Maria Salerno per Mita Medici in L’estate (1966). La foia balneare è tale che Gassman ci prova perfino con la Spaak, in Il sorpasso, senza accorgersi che si tratta di sua figlia. L’impressione, insomma, è che tanta frenesia serva soprattutto a mascherare un’insoddisfazione latente, una solitudine inconscia.

Ma l’estate sta finendo (lo canteranno anni dopo i Righeira), e la festa pure: i primi temporali improvvisi scatenano disordinati fuggi-fuggi in La spiaggia o Il giovedì, e i dialoghi sull’arenile deserto si fanno meditabondi, al tramonto tra Alberto Sordi e il figlioletto in Una vita difficile, o all’alba tra i borghesi de L’Ombrellone, reduci da una deprimente notte di bagordi. Metafora perfetta della disillusione balneare, il finale de I mostri (1963) di Monicelli: sulla spiaggia, ormai deserta, i pugili suonati Gassman e Tognazzi lanciano un solitario, tristissimo aquilone. E proprio la fine del boom sembra descrivere il cinema balneare negli anni 70: sulla battigia di Dramma della gelosia di Scola (1970) la Vitti e Mastroianni si rotolano in mezzo ai rifiuti; sul litorale di In nome del popolo italiano di Risi (1971) Tognazzi e Gassman scansano pesci e gabbiani uccisi dall’inquinamento. E se una volta tra le dune sbocciavano teneri flirt, ora, in Amore mio aiutami (1969) la Vitti viene riempita di botte da Sordi. Con gli anni 80 il cinema vacanziero ospita solo la nostalgia, autocitandosi in Sapore di mare (1983) dei Vanzina. Mentre nei 90, con Ferie d’agosto di Virzì (1996), le differenze sociali diventano contrasti politici. Che non a caso con lo stanco sequel del 2024, Un altro ferragosto, si faranno ancora più cupi ed amari. Il cinema balneare sembra giunto all’ultima spiaggia. Forse sta davvero arrivando l’autunno.

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