Il minutaggio, come la temperatura, ha due valori: quello reale e quello percepito. Dau segna 195 minuti reali, ma il pubblico li ha attraversati senza sentirli. Possible Love ne segna 164 di sentimento centellinato. Makikiraan po di Lav Diaz si ferma a 151, un cortometraggio per gli standard dell’autore. Poi si sale sul serio. Musk arriva a 235 minuti, tempo sufficiente per lanciare la scalata a SpaceX. Imperium ne impiega 175 per raccontare un impero che deve aver attraversato più secoli del previsto. The Amusement dura 180 minuti che sfidano platealmente il proprio titolo. Intermission, 225, trasforma la pausa in un film. Spymaster e Little Nightmares si equivalgono, quattro ore ciascuno: il primo per custodire segreti di stato, il secondo per raccontare piccoli incubi diventati, nel frattempo, molto grandi. I record restano ai narratori seriali. Mariano Llinás porta la biografia di Borges a 330 minuti (misura, per lui, quasi ascetica); Julia Loktev arriva a 355 con My Undesirable Friends; Guadagnino supera le sette ore con Joie de vivre, titolo che suona più come un’istruzione per lo spettatore che una promessa sul film. Ma il vero record di temperatura percepita lo detiene un film di 95 minuti reali: quello di Casey Affleck. La colpa è dell’architettura, non del termometro: una storia dentro una storia, e dentro un’altra ancora, una matrioska narrativa che si apre di continuo e non si richiude mai. Quando il pubblico intuisce il possibile arrivo dell’ennesimo racconto nel racconto, dalla platea si leva un’invocazione: «Noooo».

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