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Cinema

Riso amaro con la parabola del poliziotto smemorato

Il giapponese Sabu dirige “Arrested memory” con ironia in salsa orientale

Creativo Il vero nome del regista Sabu è Hiroyuki Tanaka

da Venezia

Lee è il miglior poliziotto di Taipei. Ha una squadra di uomini che lo adora e che lui, per quanto giovane, tratta come fossero suoi figli. Ha soprannominato il più giovane Cucciolo, Orso è invece il più anziano. Sono sulle tracce di una gang criminale specializzata in traffico di droga. Usando le maniere forti, Lee ha saputo in quale locale notturno avverrà lo scambio soldi/cocaina e ora, appoggiato al bancone del bar, deve solo dare il segnale perché i suoi uomini, mimetizzati in sala, passino all’azione. C’è però un problema: Lee da tempo va soggetto ad amnesie e insomma adesso non si ricorda né il segnale convenuto né perché sia lì. Così l’operazione si conclude con una carneficina e tutta la sua squadra ci lascia la pelle.

Vittima del senso di colpa, alle prese con una perdita della memoria che sempre più si fa devastante, Lee accetta il trasferimento in una stazione di polizia di campagna. Pensa che qui potrà nascondere meglio il suo caso psico-clinico, ma il rapimento del figlio di un importante uomo d’affari giapponese lo riporta nuovamente al centro della scena. Sarà lui a prendere il posto del padre del bambino e ad andare all’appuntamento portando con sé i soldi del riscatto. Solo che, strada facendo, non si ricorda più non solo il suo compito, ma nemmeno il suo nome e la sua professione.

Arrested Memory, di Sabu, ieri fuori concorso alla Mostra, è un poliziesco tinto di humor in salsa cinese, anzi nippo-taiwanese, vista la produzione e la regia. Mediamente, la polizia non ci fa una bella figura, ottusa più che altro, ma anche la criminalità non brilla per quoziente intellettivo. L’una e l’altra vi suppliscono con la violenza.

Sabu è a suo agio in quella che è una commedia d’azione e ci regala una serie di personaggi di contorno, il tossico, il balordo, l’efficiente, ma stolida segretaria giapponese e suoi datori di lavoro, i genitori del piccolo rapito, altrettanto stolidi quanto supponenti, che alleggeriscono la storia rispetto al numero di cadaveri in essa disseminati.

«La vita è spesso assurda e crudele - spiega il regista -. Perdiamo le cose, le cose si rompono e a volte, all’ultimo, scompaiono. Eppure continuo a fare film nella speranza che ciò che, alla fine, resta siano l’amore e l’umorismo. Credo che il mondo abbia bisogno di ridere». Un riso amaro.

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