da Venezia
Carla Moretti, 43 anni, è a capo delle risorse umane in un’importante azienda francese che si occupa di assicura. zioni. È il giorno della presentazione all’amministratore delegato dello spot da lei supervisionato in cui l’azienda, che si chiama Amali, vuole attirare a lavorare giovani laureati altamente qualificati. E, per farlo, nelle immagini superpatinate viene mostrato come l’ambiente del lavoro sia altamente inclusivo, vengono rispettate le differenze di genere e c’è una grande attenzione per i lavoratori con disabilità. Finisce il filmato e l’ad chiede a tutti i presenti che cosa ne pensino, ricevendo solo riscontri positivi.
Poi chiede a Carla brutalmente: «Dopo che hai visto un video del genere, tu andresti a lavorare in un’azienda accanto a un tetraplegico?». Silenzio. «Sì o no?». Silenzio. «Allora?», «No». Tutto da rifare...
Parte in quarta, da qui, Un bon petit soldat, il nuovo film di Stéphane Brizé (prossimamente in sala con IWonder Pictures) che, dopo La legge del mercato, In guerra e Un altro mondo, continua a vivisezionare il mondo del lavoro. Naturalmente tutto è costruito per criticare certe derive ma, nel porre i suoi temi, il film non può non mettere in crisi i valori stessi del politicamente corretto. Anche perché, efficacemente, il regista si affida a uno dei suoi attori feticcio per il ruolo dell’amministratore delegato cattivo, Vincent Lindon, al quale, diabolicamente, lo spettatore in cuor suo dà ragione, almeno inizialmente. Mentre nei panni di Carla Moretti c’è Alba Rohrwacher in uno dei ruoli più importanti della sua carriera. Il suo personaggio, dietro un’apparenza impeccabile, nasconde una profonda insicurezza anche se è riuscita ad avere una carriera di successo, a scapito però della vita familiare. È separata e divide con l’ex marito le settimane con cui stare con il figlio. Solo che il nuovo lavoro l’allontana ancora di più. Questo aspetto privato entra a gamba tesa nelle sue giornate lavorative. Il carico psicologico della donna diventa quasi insopportabile ed entra in rotta con la dirigenza, scoprendo che il confine tra compromessi e compromissioni è sempre più sottile.
«Carla è una vittima delle proprie fragilità, che ha sempre cercato di evitare adottando il linguaggio virile e dominante della forza» sottolinea il regista francese che, nel precedente Le occasioni dell’amore, aveva già lavorato con Alba Rohrwacher. La nostra attrice aggiunge: «Tutti i sistemi sono perversi, sono violenti i meccanismi del potere che mi spaventano ma credo che l’arte possa resistere e trovare vie di fuga intelligenti alternative e sorprendenti. Questo è un film che mette in discussione le nostre posizioni per trovare un’altra via, girarlo è stato un atto politico».
