Lotta ai “furbetti” delle targhe e tolleranza zero contro la piaga delle “auto fantasma”: il decreto attuativo legato al nuovo Codice della Strada introduce per la prima volta uno sbarramento per contrastare un fenomeno noto da tempo alle forze dell’ordine, vale a dire l’intestazione fittizia di parchi auto smisurati a soggetti nullatenenti o formalmente indigenti.
La norma non è stata ideata per colpire in generale gli automobilisti italiani, ma mette nel mirino i “prestanome professionali”, individui a cui vengono intestate decine, se non anche centinaia di auto, pur risultando per il Fisco in condizioni di totale indigenza o di gravi ristrettezze economiche. A causa di questa prassi da tempo consolidata, sulle strade italiane circolano migliaia di vetture del genere: le stime parlano di circa 97mila mezzi “invisibili”, la maggior parte dei quali fa capo a una ristretta cerchia di appena 430 intestatari. Si tratta di auto regolarmente registrate ma intestate a nullatenenti, che vengono poi utilizzate da terzi (spesso dalla criminalità) per compiere reati, eludere il Fisco, non pagare i bolli o azzerare le multe: lo stratagemma rende quasi impossibile risalire agli effettivi utilizzatori.
Proprio per contrastare questo fenomeno nasce la nuova misura inserita nel Codice della Strada. Il cuore della norma poggia sul concetto di presunzione di intestazione simulata. Il meccanismo si attiva nel momento in cui una persona fisica che risulta già proprietaria di almeno 20 autovetture di categoria M1 ad uso proprio, vale a dire i classici veicoli destinati al trasporto di persone con un massimo di 8 posti a sedere oltre quello del conducente, avanza la richiesta per immatricolare un ulteriore mezzo.
A partire dalla 21esima vettura, la procedura impone di superare un blocco preventivo che richiede di valutare la reale capacità reddituale dell’intestatario. Per poter concludere l’operazione, l’istante dovrà documentare un Isee di valore superiore a 50mila euro, soglia ritenuta congrua per sostenere i costi di gestione di un parco auto così esteso, oppure dimostrare che i mezzi a lui intestati sono funzionali a un’attività imprenditoriale o impiegati all’interno di progetti di volontariato per conto di enti iscritti al Registro unico nazionale del Terzo settore (Runts).
L’architettura dei controlli non prevede la creazione di nuove piattaforme digitali, task force dedicate o banche dati parallele, ma si affida interamente all’interoperabilità dei sistemi già esistenti: sarà fondamentale nelle operazioni di verifica, pertanto, il dialogo tra i database nelle disponibilità dell’Anagrafe tributaria, dell’INPS e della Motorizzazione Civile.
Questa verifica incrociata procederà in modo graduale, partendo ovviamente dall’analisi del numero di auto che risultano già intestate al contribuente nell’Archivio nazionale dei veicoli: il meccanismo scatterà in modo automatico nel momento esatto della richiesta di nuova immatricolazione.
Il passo successivo sarà quello di andare a indagare sul valore Isee e sull’esistenza di una partita Iva attiva o sull’iscrizione al Runts: saranno le amministrazioni competenti a incrociare i dati fiscali e contributivi del richiedente alla ricerca di queste informazioni. Nel caso in cui questa indagine telematica si concludesse con un esito positivo, la pratica potrebbe procedere senza intoppi. Qualora, al contrario, i sistemi non dovessero validare automaticamente i requisiti, l’onere della prova si sposterebbe interamente sulle spalle del richiedente, che sarà tenuto a produrre in modo tempestivo la documentazione necessaria per ribaltare la presunzione di intestazione simulata e dimostrare la piena legittimità della propria posizione.
