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Pensione anticipata a 64 anni, quanto costa uscire prima

Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza Cgil indicano una riduzione del 10,6% in alcuni profili, con perdite tra 183 e 366 euro lordi mensili

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Andare in pensione prima, ma accettando un assegno più leggero per il resto della vita. È questo il nodo della proposta che punta ad allargare l’uscita anticipata intorno ai 64 anni anche ai lavoratori che hanno cominciato a versare contributi prima del 1996 e che oggi ricadono nel sistema misto. La maggiore flessibilità in uscita avrebbe infatti una contropartita: il ricalcolo dell’intera pensione con il metodo contributivo, con effetti che, secondo le simulazioni della Cgil, possono superare una perdita di 300 euro lordi al mese.

L’uscita a 64 anni si allarga, ma il conto cambia

Lo schema rilanciato dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon prevede, nell’ipotesi allo studio, almeno 25 anni di versamenti e l’applicazione del ricalcolo contributivo anche alla parte della carriera maturata prima del 1996. Non si tratta, però, di una misura già approvata: l’estensione ai lavoratori del sistema misto resta una proposta di riforma da valutare nel cantiere previdenziale. Oggi il canale contributivo anticipato riguarda chi rientra nei requisiti previsti dalla disciplina vigente.

Le simulazioni

L’Osservatorio previdenza della Cgil ha preso in esame tre lavoratori di 64 anni con 40 anni di contributi, nove dei quali accumulati entro il 1995. Con una retribuzione finale di 35 mila euro, la pensione passerebbe da 1.726 a 1.543 euro lordi mensili; con 50 mila euro da 2.466 a 2.205; con 70 mila da 3.452 a 3.087 euro. La riduzione stimata è del 10,6%, cioè da 183 a circa 366 euro al mese.

Il 10,6% non è una penalizzazione uguale per tutti

Quel 10,6%, però, non sarebbe un taglio fissato per legge né una percentuale automatica applicata a ogni pensione. È il risultato di specifiche simulazioni costruite su determinate carriere contributive. L’impatto effettivo del passaggio al contributivo dipenderebbe soprattutto dagli anni lavorati prima del 1996, dalle retribuzioni percepite e dal peso della quota che oggi beneficia del sistema retributivo. In altre parole, il costo dell’anticipo potrebbe essere diverso da lavoratore a lavoratore.

La soglia minima può diventare il vero ostacolo

A rendere più selettivo il meccanismo è poi il requisito economico. Nel 2026, per l’attuale pensione anticipata contributiva, la prima rata deve essere almeno pari a tre volte l’assegno sociale, cioè 1.638,72 euro lordi al mese; la soglia è ridotta per le lavoratrici con figli. Nel primo esempio della Cgil, dopo il ricalcolo l’assegno scenderebbe a 1.543 euro e non sarebbe quindi sufficiente: per colmare il divario servirebbero circa 24.360 euro di Tfr trasformati in rendita, secondo la simulazione.

Dal 2027 i requisiti diventano più severi

C’è infine il fattore anagrafico. In base alle regole già previste per l’attuale pensione anticipata contributiva, dal 2027 il requisito salirà a 64 anni e un mese, con almeno 20 anni e un mese di contribuzione effettiva; dal 2028 si passerà a 64 anni e tre mesi e 20 anni e tre mesi di contributi. L’eventuale apertura ai lavoratori del sistema misto si inserirebbe dunque in un quadro nel quale i requisiti previdenziali sono destinati comunque a crescere.

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