Il Clegg d’Olanda come quello inglese: vince nei sondaggi, pareggia alle urne

A sinistra faceva paura e con ragione. Il leader liberale Mark Rutte era dato vincente in tutti i sondaggi e il ritorno dopo 92 anni del suo partito nella stanza dei bottoni all’Aia considerato una certezza. I primi exit poll di ieri sera hanno però riservato una doccia fredda a quanti già immaginavano una svolta a destra dell’Olanda. I liberali hanno sì vinto, ma meno del previsto e soprattutto non sono da soli in testa alla corsa: appaiati con loro ci sono a sorpresa i laburisti di Job Cohen, l’ex sindaco di Amsterdam che incarna l’anima tollerante e “inclusivista” del suo Paese, contrapposta a quella da tempo satura del buonismo verso l’ondata immigratoria soprattutto islamica. Anima che Rutte, distinguendosi in questo dai populisti xenofobi del Partito della libertà (Pvv) guidato dal battagliero Geert Wilders che ha votato ieri circondato dalle sue sei guardie del corpo, aveva coniugato con un messaggio di responsabilità in economia che si traduceva in un doloroso taglio della spesa pubblica.
Nei sondaggi, probabilmente, gli olandesi avevano voluto apparire più virtuosi e politicamente corretti di quanto non siano. I liberali del programma lacrime-e-sangue che tutti lodavano si sono infatti persi per strada un quarto dei voti annunciati: i primi dati forniti dalla televisione olandese assegnano a loro e ai laburisti lo stesso numero di seggi nel nuovo Parlamento, trentuno. Ma soprattutto ne danno a Wilders ben 23 (contro i 9 uscenti), mentre nessuno si aspettava che avvicinasse quota venti: un po’ come succede da noi con la Lega, insomma, in tanti hanno deciso di votarlo per protesta all’ultimo minuto, oppure si sono vergognati a dichiararlo in anticipo. Wilders, insomma, è un po’ il vero vincitore di queste elezioni: il suo ora è il terzo partito del Paese.
Ciò detto, questi primi risultati significano una bella delusione per Rutte e una lusinghiera figura per Cohen, che ha saputo tenere insieme l’elettorato olandese di sinistra. Ma soprattutto vuol dire che il voto si è frammentato assai più del previsto e che diversi partiti minori potranno dire la loro nella formazione del prossimo governo, che si annuncia particolarmente complicata.
A tale riguardo, le prospettive appaiono comunque in teoria più rosee per il centrodestra. Un’ipotetica alleanza tra liberali, Pvv e i cristianodemocratici del premier uscente Balkenende (che ha annunciato le dimissioni dopo che gli exit poll hanno visto il Cda sprofondare da primo a quarto partito, scendendo da 41 a 21 seggi) avvicinerebbe la maggioranza assoluta. Se però questo terzetto rimanesse sotto gli indispensabili 76 seggi, allora è ben arduo che qualche partito centrista minore metta a disposizione i suoi voti all’estremista Wilders: potrebbe quindi aprirsi una specie di grande coalizione di scuola tedesca, con un’ammucchiata al centro per mancanza di alternative.
Nell’entourage liberale la delusione è cocente. Rutte, un po’ come Nick Clegg in Gran Bretagna, era convinto di veleggiare verso la vittoria in virtù di un’immagine fresca e moderna, del sostegno dei giovani e delle persone più istruite. Ma proprio come è successo a Clegg, ha dovuto inghiottire l’amara medicina della disillusione. Come lui, forse andrà comunque al governo, ma ridimensionato. Rutte era reso ottimista anche dall’aperta ostilità dei suoi avversari, che individuavano in lui il rivale più pericoloso. Aveva dovuto sopportare fino all’ultimo colpi bassi anche pesanti. L’ultimo, su un sito satirico il giorno prima del voto, è un video di un minuto intitolato «La donna forte dietro Mark Rutte», che lo mostra accudito dalla mamma nel suo appartamentino da scapolo, dove non mancano riviste gay e perfino un manifesto della nazionale di calcio della detestatissima Germania. Il capolavoro è firmato «Per un’Olanda adulta, Job Cohen». Cohen si è dissociato dall’iniziativa, lasciandone la responsabilità al suo autore (che di Cohen è stato però il consigliere per le pubbliche relazioni). Da oggi il bersaglio della sinistra sarà di nuovo e più che mai il solito Wilders, che ne sarà felicissimo.

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