Se Anna Frank non avesse scritto il Diario, e se Otto, suo padre, non avesse fatto conoscere al mondo la fotografia di sua figlia, della ragazzina di quattordici anni catturata ad Amsterdam e morta ad Auschwitz, non conosceremmo né volto né storia, confusi fra i sei milioni di vittime della Shoah. Il Diario, invece, ha conservato intatta la memoria della sua autrice e lha sottratta al tragico anonimato del numero. Inoltre, sempre grazie al Diario abbiamo potuto conoscere un atto eroico, quello compiuto da Miep e Jan Gies, i coniugi olandesi che per due anni, a rischio della vita, hanno quotidianamente aiutato la famiglia Frank nascosta nel rifugio segreto. Nel 1987 abbiamo potuto intervistarli, qui a Milano, e le loro memorie, pubblicate in volume (Si chiamava Anna Frank), hanno rappresentato un tassello in più per mettere a fuoco la personalità della ragazzina.
Ma le altre? Le Anne accomunate da una generica omonimia? Ad Amsterdam una Anna di trentatré anni maritata Frank è stata deportata sullo stesso convoglio della giovane Anna e rinchiusa nello stesso campo a Bergen-Belsen. Chissà se si sono conosciute. E laltra Anna Frank, anche lei quindicenne, anche lei deportata da Amsterdam, da chi sarà ricordata, visto che nessun familiare è rimasto in vita?
A restituire unidentità a tutte queste Anne è stato Roberto Malini con un saggio che sintitola appunto Le 100 Anne Frank (Cairo Editore, pagg. 208, euro 15). Studioso di yiddish e di cultura ebraica, Malini, mentre consultava larchivio on line dello Yad Vashem di Gerusalemme, si è imbattuto quasi per caso in più di cento Anne Frank: 34 olandesi, 29 tedesche, 7 austriache, 5 ungheresi, 18 fra polacche e ucraine, 2 cecoslovacche, una rumena, 3 jugoslave, 2 francesi e unitaliana di Rodi, Hanna Franko. Di queste Anne dal diario non scritto, le memorie rimaste sono molto scarse, a volte mancano la data e il luogo di nascita, a volte la data di morte, alcune erano coetanee di Anna, altre ancora più piccole, altre già donne fatte.
Malini, con un pietoso elenco, le nomina tutte e quando gli è possibile ne riporta i dati anagrafici e qualche notizia. Lo Yad Vashem (in ebraico significa «Un posto e un nome») possiede un enorme database in continua crescita al quale parenti sopravvissuti, amici, vicini di casa o di villaggio fanno confluire i dati di queste vittime o, in qualche caso, soltanto la notizia della loro scomparsa. Da questanno può essere consultato: www.yadvashem.org.
Il nome Anna, a seconda del Paese dorigine, può suonare in maniera diversa: Hanna, Ana, Anula, Anika, Chana, Annette, ma il cognome, da nubile o da sposata, è sempre lo stesso, Frank. Fa tenerezza leggere «nubile» accanto al nome dellAnna Frank ungherese nata nel 38 e morta ad Auschwitz nel 44, o delle due Anne Frank olandesi nate rispettivamente il 19 luglio del 39 e l8 novembre del 1940, deportate a Sobibor nel 43. «La Shoah dei bambini - ha verificato Malini che se ne interessa in modo particolare - conta un milione e mezzo di vittime».
Come si può constatare consultando qualsiasi guida del telefono, lomonimia è frequentissima, come risulta da pagine intere di Rossi o di Bianchi, ma ciascuno di loro ha una cerchia ben precisa di riferimenti familiari, sociali, professionali che lo distingue. Una volta distrutta la possibilità di riferimento, il nome da solo significa poco ed è quanto racconta Gad Lerner nella prefazione al libro.
La colpa di chiamarsi Anna Frank
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