Un contemporaneo caldo tra sale, impegno e social

Le celebrazioni per Picasso, Hockney e Abramovic a Londra, il fenomeno Corea e i musei da vedere

Un contemporaneo caldo tra sale, impegno e social

Sarà un anno di arte contemporanea al cubo, e non solo perché punteggiato in mondovisione delle Celebration Picasso 1973-2023 con una pletora di eventi tra Spagna (ben 16 mostre, più di una al mese), Francia e Stati Uniti (Italia grande esclusa) organizzate per i cinquant'anni dalla morte del campione del Cubismo. Questo 2023 si presenta solido e sfaccettato come un cubo perché sarà l'anno della concretezza e dei grandi classici del contemporaneo, del ritorno all'arte impegnata e della pittura (gli Nft tirano negli investimenti online, ma meno nelle esposizioni), di felici riconferme (Londra) e di nuovi orizzonti (Seoul). Il sistema dell'arte di oggi ha capito come camminare (meglio: correre) sulle sue gambe, complici musei che da meri spazi espositivi sono diventati ambite mete di viaggio, sempre più instagrammabili e instagrammate, come il Louisiana Museum of Modern Art, affacciato sulla costa dell'Oresund, 40 chilometri a nord di Copenaghen, da vedere almeno una volta nella vita per la perfetta fusione tra arte, architettura e natura, con quell'indimenticabile luce nordica tra le vetrate affacciate sui giardini che da sola vale il biglietto, capace di rubare la scena persino all'invidiabile collezione (Kusama, Sherman, Bourgeois, Hockney, Guston, Polke, accanto a Giacometti, Jorn, Ernst). Per capire il contemporaneo di oggi, bisogna passare da qui, non c'è dubbio. Per la cronaca, il Louisiana ospiterà da giugno la personale dell'islandese Ragnar Kjartansson, artistar famoso per le sue performance musicali (per la Fondazione Trussardi rilesse nel pandemico autunno 2020 Il cielo in una stanza nella chiesa del Lazzaretto di Milano: chi ha assistito ne ricorderà i brividi).

Se, ovunque nel mondo, l'arte contemporanea invade le agende della programmazione museale, con contaminazioni tra mondo antico e moderno talvolta riuscite come la neonata Fondazione Luigi Rovati che ha da poco aperto a Milano, vale la pena chiedersi il perché. L'arte contemporanea funziona perché ha capito, dopo decenni di intellettualismo ombelicale, come comunicare con il grande pubblico: sfrutta la pervasività dei social, cavalca i temi caldi del momento, si configura come arti-vismo trasversalmente apprezzato. Prendiamo uno come il francese JR, all'anagrafe Jean René, 40 anni, occhiali scuri e cappello, 1,7 milioni di follower su Instagram, «artivista urbano» (la definizione è sua) famoso per i suoi collage fotografici di monumentali dimensioni (e l'amicizia con Angelina Jolie). A fine mese sui muri dell'Arengario di Milano porterà la nuova tappa del suo progetto itinerante Inside Out, qui declinato su 700 mq con il mosaico dei volti di mille anziani per valorizzarne il ruolo, spesso sottovalutato, nella società. JR è capace o furbo? Entrambe le cose, di certo è irresistibile.

Il mondo dell'arte di oggi non ha un solo centro di gravità permanente, come dimostra il calendario delle mostre dell'anno appena iniziato. Gli Stati Uniti si confermano Promised Land per gli artisti di oggi, specie afrodiscendenti: la star è Simone Leigh, già consacrata alla Biennale di Venezia appena conclusa (prima donna nera cui è stato affidato il padiglione Usa, da lei interamente occupato con sculture di grandi dimensioni, si è aggiudicata il Leone d'oro) e ora è pronta a fare il tris all'Ica di Boston, all'Hirshhorn Museum di Washington e al Los Angeles Country Museum of Art. Se dovessimo stilare una classifica delle artiste viventi più influenti, lei sarebbe sul podio. Londra non molla però le briglie di comando e, chissà, forse per reazione ai tormenti politici del post-Brexit, si conferma come il place to be per capire il contemporaneo grazie a un'infilata di mostre dedicate ai grandi maestri di oggi. Tra le più attese, quella di Nostra Signora della Performance, Marina Abramovic, alla Royal Academy of Arts di Londra da settembre, un omaggio a 50 anni di irripetibile carriera. La City celebra il talento di un altro decano dell'oggi, quel David Hockney dai paesaggi iconici (che ora realizza dipingendo su iPad), pronti per diventare una mostra-monstre multisensoriale lunga 3 anni al Lightroom di King Cross (la moda delle esposizioni immersive persiste: l'arte contemporanea non teme l'effetto Luna Park). Sempre a Londra, si potrà vedere da febbraio al Design Museum Making Sense del celebre artista dissidente cinese Ai Wei Wei, e, soprattutto, gustare la grande pittura: il tormentato talento espressionista dell'americana Alice Neel, morta nel 1984, sarà in mostra al Barbican da febbraio e finalmente dopo i rimandi causati da una polemica assurda che accusava l'artista di aver ritratto membri del Ku Klux Klan (sì, lo ha fatto, ma per denunciarne gli atti) - le raffinate tele dai colori rosati del maestro statunitense Philip Guston (1913-1980) approderanno alla Tate in autunno. Il bello dell'arte contemporanea, al netto del recente boom sul mercato degli Nft, è nella ridefinizione di un figurativo nuovo e magnetico e quindi non si può che essere felici per il ritorno a casa dello scozzese Peter Doig dopo gli anni passati a Trinidad: da febbraio ritroviamo i suoi paesaggi misteriosi e intriganti, figli di una pennellata mai casuale, al Courtauld Institute of Art di Londra.

In questo mondo policentrico e instabile, il baricentro ha seguito anche la k-wave, dove K sta per Korea. Per molti appassionati del contemporaneo, e specialmente dopo l'approdo a Seoul di Frieze, la fiera d'arte meno tradizionale in circolazione, e di numerose gallerie (nomi grossi: Gladstone, Perrotin, Thaddeus Ropac), la capitale coreana è la città da visitare per capire l'arte di domani. Che non si tratti di una moda passeggera lo dimostra anche la mostra, in calendario al Victoria and Albert Museum di Londra dal prossimo giugno, dal titolo Hallyu! The Korean Wave che esplora l'incredibile capacità della cultura coreana di oggi di influenzare il mondo delle arti contemporanee (dalle serie tv al cinema, passando all'arte). Hong-Kong non ci sta a cedere lo scettro di capitale culturale della regione asiatica e risponde calando l'asso: per il primo anno di apertura dell'M+ (maxi polo artistico: altra meta amatissima dagli artlover globetrotter) per il primo semestre dell'anno presenta Yayoi Kusama: 1945 to Now, ricostruendo il profilo di una delle artiste diventate ormai icona globale dei nostri tempi (ben corteggiata dalla moda, come si vede dalla collaborazione con Louis Vuitton).

Qualcosa eppur si muove anche sugli italici lidi: oltre ai soliti Cattelan, Vezzoli, Beecroft, mietono mostre e ospitate Monica Bonvicini (che ha in corso una corposa personale femminista alla Neue Nationalgalerie di Berlino) e Gian Maria Tosatti, asso pigliatutto del contemporaneo tricolore (Pirelli Hangar Bicocca gli dedica dal prossimo mese una retrospettiva). In attesa di capire come evolverà l'anima del Maxxi di Roma nell'era post-Melandri (fino ad aprile il pezzo forte resta di fatto la retrospettiva sulle tele di Bob Dylan), dal 20 maggio pare doveroso farsi un giro tra i padiglioni della Biennale Architettura di Venezia: Il laboratorio del futuro, titolo voluto dalla curatrice Lesley Lokko (donna, nera, scozzese, cittadinanza ghanese), conferma quel che si diceva all'inizio, ovvero che il contemporaneo punta molto sull'impegno (ambiente, equità, razza).

Tra apparente serietà e voglia di stupire, che cosa resterà dell'arte di questi ultimi decenni? Palazzo Strozzi di Firenze, dove il direttore Arturo Galansino è riuscito a sdoganare il contemporaneo con una serie di riuscite mostre, prova a rispondere proponendo da marzo una selezione delle migliori opere dei più importanti artisti viventi (Maurizio Cattelan, Sarah Lucas, Damien Hirst, William Kentridge, Rudolf Stingel, Paola Pivi) provenienti dalla Collezione Sandretto Re Rebaudengo, figlia della viscerale passione e del trentennale intuito per l'arte della signora Patrizia (torinese e mecenate più unica che rara alle nostre latitudini). Reaching for the Stars è il titolo scelto per questo progetto espositivo. In effetti, il contemporaneo forse è solo polvere di stelle.

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