L'evento culturale di gran lunga più importante di questo tempo è senza dubbio l'enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Scegliendo come data di uscita lo stesso 15 maggio in cui, 135 anni or sono, vide la luce la Rerum Novarum di Leone XIII, il Papa indica perciò stesso il senso del proprio intervento.
Come tutti sanno, e come ben dice il sottotitolo della lettera papale ("la custodia della persona umana nel tempo dell'Intelligenza Artificiale"), qui il tema di fondo non riguarda l'Ia in sé stessa quanto piuttosto "la custodia della persona", così che il focus si sposta drasticamente sulla persona umana, su ciascun io presente al mondo.
Ma cosa significa "custodire la persona umana"? Vengono alla mente le parole di un Salmo, il cui autore, rivolgendosi a Dio con tono meravigliato e quasi incredulo, dice: "Che cos'è mai un uomo, che di lui ti ricordi?".
Il pensiero del Pontefice va assai oltre le riduzioni moralistiche del problema, care anche a molti cattolici, secondo cui la tecnologia di per sé non è buona né cattiva, dipende dall'uso che se ne fa. Questa è una sciocchezza che, dopo Hiroshima e Nagasaki, non dovrebbe più essere ripetuta.
Una qualunque scoperta tecnologica, così come la direzione che la ricerca scientifica assume nelle diverse epoche, non sono il prodotto della libera ricerca. Il potere - qui sta il problema - non approfitta del progresso per piegarlo ai propri scopi, la sua non è un'azione ex-post. Il potere determina la ricerca, la indirizza. Il potere, come diceva Michel Foucault, non piega il sapere ai propri scopi: lo produce all'origine.
Il problema della libertà sta altrove. In un mondo dominato da centri di potere senza regole e senza vincoli, più potenti di molti Stati, dove pochi uomini con quantità inimmaginabili di denaro possono acquistare pressoché qualunque cosa (compresa la mente degli esseri umani), e dove le nostre identità e le nostre vite sono immagazzinate in enormi server che consumano una quantità spaventosa di energia, e dove l'uso di questi big data determina gli algoritmi che indirizzano scelte politiche e militari, bene: in un mondo così diventa necessario capire dove e quando si giocano le scelte necessarie, dove e quando si decide veramente di noi.
Potremmo passare una vita a credere di scegliere, a illuderci di esercitare la nostra libertà, davanti ad alternative fittizie da cui siamo invasi. Cambiare supermercato, cambiare integratori, scegliere la polizza auto giusta, scegliere responsabilmente il cioccolatino da dare ai nostri figli, su su fino alla scelta della lista da votare alle elezioni, e così via. La vita, certo, è fatta anche di queste cose, ma non sono queste scelte (comprese le più giuste) a fare di noi donne e uomini liberi finché non guardiamo bene in faccia chi ci sta vendendo tutte queste scelte, tutta questa libertà farlocca.
Parliamoci chiaro. Le grandi multinazionali informatiche e i dispositivi con cui si mettono in comunicazione con noi (smartphone, tablet ecc.) hanno sviluppato una capacità di catturare la nostra attenzione, fin dalla più tenera età, che ha dell'incredibile. L'hanno studiata davvero bene.
Pensiamoci. L'attenzione è la qualità antropologica basilare: senza attenzione non esiste vera conoscenza, la curiosità si affievolisce, la personalità si mortifica. I giganti della tecnologia non sono pericolosi per le macchine che costruiscono, ma perché attraverso queste macchine ci inducono a guardare e pensare nella direzione a loro più gradita.
Perciò la voce del Papa si leva non tanto contro il potere (che esisterà sempre, necessario come tante altre cose), ma contro l'illusione del potere di poter salvare il mondo attraverso un'azione di controllo capace di produrre una pace senza pensiero e senza libertà, e senza bisogno (così sembrerebbe...) nemmeno dei lager.
Forse adesso è più chiaro il significato di quell'espressione, "custodia della persona".
Tra i tanti testi che mi vengono in mente su questi temi, ce n'è uno che mi è molto caro: il testo (arcinoto) di una conferenza che il compiantissimo D. F. Wallace tenne 21 anni fa: Questa è l'acqua, pubblicato da Einaudi nel volume omonimo.
In un passaggio di quel discorso, DFW contesta l'idea che un'educazione umanistica debba "insegnare a pensare" (come dissero anche a me il giorno in cui mi iscrissi in IV Ginnasio) perché, diceva, si presuppone che chi si dedica allo studio delle Lettere sappia già pensare.
Il problema non è, dice DFW, quello di "saper pensare" bensì di "decidere a cosa pensare".
Ventun anni fa queste parole cadevano in un mondo diverso dal nostro e forse rivelarono a pochi l'allarmante urgenza che contenevano. Rileggerle oggi fa una grande impressione.
E credo di non fare un torto a Papa Leone se dico che la custodia dell'umano, che significa poter essere umani sempre, momento dopo momento - che questa custodia coincida in qualche modo con la preoccupazione di DFW affinché gli esseri umani possano vivere la loro vita con un grado di consapevolezza tale da evitare il pericolo, dopo una vita falsa, di tirarsi, in un momento di infausta lucidità, un colpo in testa.Perciò la Magnifica Humanistas non è solo un doveroso monito: quella che tocca è davvero questione di vita o di morte.