Leggi il settimanale

Così le statue di Bernini trasformano la città in teatro

Il confronto con il padre artista fu fecondo e decisivo Papa Urbano VIII gli permise di esprimersi appieno

Così le statue di Bernini  trasformano la città in teatro

Dopo Caravaggio 2025, la Galleria Nazionale di Arte Antica ospita una nuova mostra su Bernini e i Barberini (fino al 14 giugno). Annunciata come blockbuster, con prestiti internazionali ambiziosi ottenuti dal direttore Thomas C. Salomon grazie al Ministero della Cultura e Intesa Sanpaolo, e allestita nel rispetto degli spazi architettonici originali e degli eleganti fregi con le api barberine, ha un taglio storico-artistico teso a focalizzare i rapporti tra Gian Lorenzo Bernini e Maffeo Barberini, cardinale e poi papa.

Nel 1623, mentre Bernini finiva l'Apollo e Dafne per Scipione Borghese, Urbano VIII già pensava di fare del più prodigioso artista sulla scena romana dopo Caravaggio il regista del Barocco. La mostra accompagnata da un catalogo ricco di contenuti a cura di Andrea Bacchi e Maurizia Cecconi, edito da Allemandi si snoda in sei sezioni. La prima è la più accattivante, perché affronta il problematico avvio di Gian Lorenzo scultore a fianco del padre Pietro Bernini. Mentre si dispiegano da un capo all'altro della sala, in felice contrappunto, le primizie del figlio da un lato il Putto con il Drago, dall'altro il San Sebastiano e il San Lorenzo e tutt'attorno statue autonome o di collaborazione con il padre, al centro sono schierate le Quattro Stagioni, divenute celebri da quando le scoprì Federico Zeri a Frascati. Nonostante l'inserimento di un secondo San Sebastiano proveniente dalla Francia, giudicato non autografo da autorevoli specialisti, si presti a polemiche che si auspica sfocino in un salutare dibattito critico, la prima sezione è formidabile. Si coglie subito la complicità tra padre e figlio, basata sulla scultura come mestiere e su un vorace interesse per le arti figurative. Pietro Bernini era nato a Firenze, Gian Lorenzo invece a Napoli, ma fu Roma che favorì la loro arte e rese immortale il secondo.

Si comprende subito che Gian Lorenzo fu animato dal padre a sfidare grandi modelli e trovò in Urbano VIII colui che gli fece esprimere altri talenti oltre la scultura. Bernini deve a papa Barberini la sua maturazione scenografica, tradottasi poi in grandiosa architettura e urbanistica. La città come teatro, la natura come spettacolo, la vita come sogno. Questa è la Roma di Bernini. Le Quattro Stagioni rivelano l'impatto impressionante che su Bernini padre e figlio ebbero la Galleria Farnese dei Carracci e i Baccanali di Tiziano e Bellini, allora custoditi nella villa Aldobrandini a Magnanapoli. Il cardinale Pietro Aldobrandini pagò 250 ducati per un San Sebastiano scolpito da Gian Lorenzo ventenne oggi scomparso dal radar dei ricercatori. A questo proposito speriamo che il Comune valorizzi finalmente la villa urbana degli Aldobrandini che fu il punto di avvio del collezionismo barocco. Pietro Bernini spinse il figlio a superare Giambologna studiando Michelangelo e i grandi maestri della pittura. Così Gian Lorenzo pensa all'Adamo della Volta Sistina quando scolpisce il suo stupendo San Lorenzo sulla graticola per Leone Strozzi, e pensa al Cristo morto della Pietà Vaticana quando, raddrizzandone la figura, scolpisce il San Sebastiano per Maffeo Barberini ancora cardinale.

Qui vien facile notare l'eccezionale intuito artistico del futuro pontefice, che da semplice prelato di Curia si era fatto ritrarre da Caravaggio. La presenza nella prima sala di un cospicuo nucleo di sculture provenienti da Villa Strozzi al Viminale consente di valutare l'importanza dei rapporti di Bernini con i committenti fiorentini residenti a Roma. È una premessa essenziale per delineare il tracciato della mostra, giacché la carriera di Bernini fu favorita dai principali esponenti delle famiglie papali di origine toscana, da Pietro Aldobrandini a Scipione Borghese, da Maffeo Barberini ad Alessandro Chigi. Nelle sale successive si ripercorrono i principali rapporti con la corte dei Barberini. Alcuni capitoli di questa storia sono solamente suggeriti da bozzetti, cimeli e disegni che invitano a vedere dal vivo i colossi del baldacchino e della cattedra di San Pietro, del Longino e Matilde di Canossa. Sono poi esposti i ritratti a mezzo busto dei Barberini di tre generazioni, come un albero genealogico in marmo e in bronzo. L'enfasi cade sui multipli di Urbano VIII, affiancati da quelli di Carlo Barberini scolpiti da Francesco Mochi e da quelli berniniani dei papi Ludovisi e Borghese. Felice l'accostamento del busto del cardinale Santacroce scolpito da Alessandro Algardi al dipinto della Maddalena di Guido Reni. Straordinarie le due teste grottesche disegnate da Bernini a sanguigna per la facciata di Palazzo Barberini, come se avesse in mente Ribera.

Visibilmente annoiato nel ritrarre ambasciatori, cortigiani, buffoni, quasi superato in maestria da Giuliano Finelli nel ritratto di Michelangelo Buonarroti il Giovane, Bernini ha uno sguardo fulminante nell'autoritratto in pittura e una passione sconfinata per la donna amata, l'indomita Costanza Piccolomini Bonarelli, il cui busto sigilla una mostra di indubbio interesse.

Commenti
Pubblica un commento
Non sono consentiti commenti che contengano termini violenti, discriminatori o che contravvengano alle elementari regole di netiquette. Qui le norme di comportamento per esteso.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica