Coste, laghi, fiumi e caserme Lo Stato fa un passo indietro

Si agitano, urlano, sbraitano, insultano, spesso bestemmiano in diretta tv. Si ergono a ultimi baluardi della Costituzione. E parlano di sopraffazione del Parlamento, bypassato da decreti e voti di fiducia. Difficile capire questo strano Paese e gli uomini che ne reggono le sorti. Prendiamo il «federalismo demaniale» - un tempo era semplicemente devolution - la cui legge dovrà essere approvata entro il 21 maggio.
Bene, la storia parlamentare italiana ci dice inequivocabilmente che sono trascorsi circa 68-anni-68 (!) per cambiare una legge contemplata dal Codice civile del 1942. Che stabiliva: spiagge, porti, lidi, fiumi laghi, aeroporti, grandi strade, caserme, foreste e altro ancora, sono di proprietà dello Stato che a sua volta ne affida la gestione al Demanio (cioè allo Stato). Con buona pace degli statalisti irriducibili e degli ultimi maoisti in circolazione, non è cosa. Anzi, è pura follia «dimenticare» la più grande risorsa nazionale, il cui valore ammonta a circa 3,5 miliardi di euro e che allo Stato rende poco più di 200 milioni. Un’inezia se si considerino l’opportunità di sviluppo e svariate migliaia di nuovi posti di lavoro. Per questi motivi il tema della nautica diventa cruciale.
La nautica è business. Ed è proprio il Demanio lo snodo per il quale passa il rilancio dell’intero settore, della sua imponente filiera e del turismo più in generale. Se è vero, com’è vero, che per ogni quattro barche si genera un posto di lavoro nell’indotto, quale mente bacata può sprecare 68 anni - la vita media di un essere umano - a contare le noci di fra’ Galdino?
Restiamo alla finestra in attesa del 21 maggio. Per ora abbiamo capito solo una cosa: la bozza del decreto legislativo inviato dal governo alla Conferenza delle Regioni, prevede la devolution dei beni non soltanto alle Regioni stesse (come sarebbe giusto), ma anche a tutte le altre realtà territoriali locali. Forse ci sfugge qualcosa. O forse no. In ogni caso sarà un caravanserraglio! Immaginate Regioni, Province e Comuni (grandi, piccoli e micro) che si fanno le proprie leggine? E più sono piccoli, gli enti, è più alzeranno la voce. Ci sarà la corsa alla produzione dissennata di delibere e ordinanze fatte in casa e spesso all’osteria. Perché anche una fregnaccia lascia tracce visibili nella storia.
In sostanza, che cosa dice la bozza del decreto? Dice che «L’Ente territoriale è tenuto a favorire la massima valorizzazione del bene nell’interesse della collettività». Chiaro, strano ma chiaro. Epperò qualsiasi studio economico (Censis, Rapporto dell’economia del Mare, Osservatorio nautico nazionale, Bain, eccetera) dimostra come i beni demaniali marittimi destinati alla nautica da diporto offrano il miglior moltiplicatore del reddito e dell’occupazione, molte volte superiore anche a quello del cluster marittimo. Questo, si presume lo capisca anche Epifani. Il quale, non avendo mai tirato la lima, coltiva il più comodo e nobile hobby dello sciopero a prescindere.
Tuttavia c’è un altro piccolo dettaglio: attualmente porti e approdi turistici soffrono dell’aumento indiscriminato dei canoni demaniali fissato dalla Finanziaria 2007. L’aspetto più intollerabile è che l’aumento è stato applicato anche alle concessioni in corso, facendo sballare i business plan delle aziende. Da noi, infatti, si privilegia sempre l’economia del gambero per il semplice fatto che prima dello sviluppo, del lavoro, dell’occupazione, viene il Fisco con i suoi tentacoli.
Ora c’è uno spiraglio, e una speranza: sfruttare questo patrimonio affidandolo a chi è capace di farlo rendere.

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