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Bimba di 10 anni incinta di un 29enne di origine bengalese, l'uomo condannato per atti sessuali ma non per violenza: ecco perché

La vicenda emerse nel 2024 dopo la scoperta della gravidanza di una bambina di 10 anni ospite di un centro di accoglienza nel Bresciano. Ora il deposito delle motivazioni della sentenza chiarisce perché il giudice abbia condannato il 29enne coinvolto per atti sessuali con minorenne, escludendo invece l'accusa di violenza sessuale aggravata

Bimba di 10 anni incinta di un 29enne di origine bengalese, l'uomo condannato per atti sessuali ma non per violenza: ecco perché

A mesi dalla sentenza che aveva fatto discutere e sollevato numerose polemiche, sono state depositate le motivazioni con cui il Tribunale di Brescia ha condannato a cinque anni di reclusione un 29enne di origine bengalese per atti sessuali con una bambina di 10 anni rimasta incinta dopo i rapporti avvenuti nel settembre 2024 all'interno del centro di accoglienza di Collio. Il procedimento, celebrato con rito abbreviato, si era concluso con la riqualificazione del reato da violenza sessuale aggravata ad atti sessuali con minorenne. Una decisione che aveva suscitato un acceso dibattito, soprattutto alla luce dell'età della vittima e delle circostanze emerse durante le indagini.

Le motivazioni del giudice

Nelle oltre venti pagine che accompagnano la sentenza, il giudice dell'udienza preliminare Valeria Rey spiega le ragioni che hanno portato alla diversa qualificazione giuridica dei fatti. Secondo il tribunale, gli elementi raccolti nel corso dell'inchiesta consentono di affermare la responsabilità dell'imputato per i rapporti sessuali avuti con la minore, ma non permettono di accertare con sufficiente certezza l'esistenza di una coercizione fisica o psicologica. "Nel caso di specie" si legge nelle motivazioni, gli elementi "di carattere obiettivo non consentono di riscontrare le dichiarazioni rese dalla persona offesa sullo specifico tema dell'uso di violenza al fine di consumare il rapporto sessuale". Un passaggio che rappresenta il punto centrale della decisione.

I riscontri analizzati dal tribunale

Nella ricostruzione contenuta nella sentenza, il giudice passa in rassegna il materiale raccolto dagli investigatori e le testimonianze acquisite durante il procedimento. Tra gli elementi esaminati figurano il contenuto del telefono cellulare dell'imputato, le immagini registrate dalle telecamere di videosorveglianza della struttura e le dichiarazioni delle persone ascoltate nel corso dell'inchiesta. Secondo quanto riportato nelle motivazioni, nessuno di questi elementi sarebbe stato in grado di fornire un riscontro oggettivo alle accuse di violenza formulate dalla minore. Il giudice sottolinea infatti che "il contenuto del cellulare dell'imputato non si presta ad avvalorare nessuna delle due versioni, mentre i filmati delle telecamere di videosorveglianza non captano scene d'aggressione". Si tratta di un passaggio centrale della decisione. Per il tribunale esistono prove sufficienti a dimostrare che i rapporti sessuali siano avvenuti, ma non emergono elementi indipendenti che consentano di confermare la presenza di una coercizione fisica o psicologica.

Due versioni dei fatti

Nelle pagine che compongono le motivazioni, il giudice analizza inoltre i racconti forniti dalla bambina, dalla madre, dalla compagna di stanza della famiglia, dalla responsabile del centro di accoglienza e dallo stesso imputato. La minore, ritenuta capace di testimoniare, aveva raccontato di essere stata presa con la forza, costretta a subire gli abusi e minacciata affinché non rivelasse quanto accaduto. Aveva inoltre parlato di due episodi distinti, collocandoli in stanze diverse della struttura. La madre aveva riferito di aver notato la figlia particolarmente triste in quel periodo e di aver scoperto successivamente che quel malessere era legato a quanto sarebbe accaduto all'interno del centro. "Il presente procedimento vede contrapporsi due diverse versioni", si legge nelle motivazioni. Secondo il giudice entrambe conducono all'affermazione della "responsabilità penale dell'imputato", ma determinano una diversa qualificazione giuridica dei fatti. "Se si aderisce alla versione della minore si tratterà di una violenza sessuale; se si aderisce alla versione dell'imputato, il fatto deve essere ricondotto alla fattispecie di atti sessuali con minorenne". Per il giudice, dunque, il punto centrale della vicenda non riguarda l'esistenza dei rapporti sessuali, che viene considerata accertata, ma la possibilità di dimostrare l'esistenza di una coercizione, fisica o psicologica. In altre parole, secondo il tribunale vi sono elementi sufficienti per affermare la responsabilità del 29enne, ma non per contestargli il più grave reato di violenza sessuale.

La scoperta della gravidanza

La vicenda emerse nel 2024 all'interno del centro di accoglienza di Collio, in provincia di Brescia. La bambina iniziò ad accusare forti dolori addominali e la madre, preoccupata per il suo stato di salute, la accompagnò dal medico per una visita di controllo.Gli accertamenti portarono a una scoperta sconvolgente, la minore era incinta. Fu da quel momento che iniziò a emergere quanto sarebbe accaduto all'interno della struttura. Dopo l'interruzione della gravidanza, la madre decise di denunciare i fatti alle forze dell'ordine, facendo partire l'inchiesta.

Le indagini e l'arresto

Gli accertamenti svolti dalla Squadra Mobile di Brescia consentirono di individuare rapidamente il presunto responsabile. Gli investigatori risalirono al 29enne di origine bengalese che frequentava il centro di accoglienza. L'uomo venne arrestato e, secondo quanto emerso nel corso del procedimento, avrebbe ammesso le proprie responsabilità. La Procura contestò il reato di violenza sessuale aggravata e chiese una condanna a sei anni e otto mesi di reclusione.

La condanna a cinque anni

Al termine del processo celebrato con rito abbreviato, il giudice dell'udienza preliminare Valeria Rey ha deciso, come spiegato, di riqualificare il reato in atti sessuali con minorenne, condannando l'imputato a cinque anni di carcere.

Una decisione che aveva suscitato numerose polemiche e che continua a far discutere anche dopo il deposito delle motivazioni. Ora, con il deposito delle motivazioni torna al centro dell'attenzione una vicenda che aveva profondamente colpito l'opinione pubblica e che suscita ancora molti interrogativi.

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