Omicidio Piscitelli, presi i mandanti. Sette gli arresti dai carabinieri del nucleo investigativo di Roma: Leandro Bennato, Arindi Boci, Alessandro Capriotti, Matteo Costacurta, Elvis Demce, Emanuele Vargiu e Michele Senese, sei eseguiti in carcere. Una storia criminale degna di una fiction: voleva gestire da solo il narcotraffico nella capitale, Fabrizio Piscitelli, capo storico degli ultrà della Lazio. Soprattutto non voleva sottostare agli ordine di Michele Senese, «Michele ‘o pazzo», il boss di Afragola del clan Moccia Magliulo impiantato al Casilino. Credeva di cavarsela con una «stecca» da due, tremila euro al mese, Diabolik, per continuare a fare affari da cane sciolto senza sottomettersi alla camorra. Decine i chili di cocaina importati ogni mese attraverso gli albanesi, fedeli al nuovo corso della mala romana. Per Senese e affiliati Diabolik deve morire. Un’azione punitiva che sarebbe servita da monito per tutti. A «portarlo a dama», cioè a fargli incontrare il killer, un «gancio» di Senese, Alessandro Capriotti detto il «Fornaro» o «il Millardero». È con lui che Piscitelli deve chiarirsi sulla panchina in via Lemonia, al parco degli Acquedotti, come aveva fatto già i giorni precedenti a quel 7 agosto 2019. A organizzare l’incontro con la morte è Bennato, il «Biondo», personaggio della mala capitolina intenzionato a prendersi tutto il mercato della droga di Roma nord, oltre a quello della Tuscolana. Ma Piscitelli non molla. Il narcotraffico è il suo mestiere fin da quando, giovanissimo, viene arrestato per aver gestito dal Brasile intere imbarcazioni imbottite di polvere bianca. È il 1996 quando finisce in carcere con l’operazione Black Beach. All’epoca Piscitelli è agli ordini di Gennaro Senese, poi assassinato da un rivale della banda della Marranella, Giuseppe Carlino. Diabolik rafforza contatti e affiliati. Di farsi comandare dal fratello Michele, Piscitelli non ne vuol sapere. I contrasti con Capriotti, con la batteria di Senese, cominciano quando arrivano due carichi importanti di coca, 14 chili il primo, 10 il secondo, valore 800mila euro, attraverso fornitori albanesi. Piscitelli pretende una «stecca» da 300mila euro, Capriotti non paga. La reazione di Diabolik il 23 febbraio a Rocca di Papa quando due albanesi, Arindi Boci ed Enea Carka, esplodono raffiche di Kalashnikov contro la porta della villa del «Millardero». All’interno la figlia minorenne di Capriotti. Piscitelli la doveva pagare. Capriotti, rinforzata la sua protezione, organizza l’omicidio del Diablo. Secondo le indagini di polizia e carabinieri, è l’inizio di una faida che ricorda quella della Magliana contro i killer del loro capo Franco Giuseppucci. Gli albanesi si organizzano, i sodali di Senese pure. Bennato, che avrebbe fornito la logistica dell’attentato di via Lemonia viene gambizzato. A Roma si spara ancora. Gli albanesi capeggiati da Elvis Demce e Matteo Costacurta, reagiscono cercando di uccidere Giuseppe Molisso, il «Barba», protettore di Capriotti, Fabrizio Fabietti e Costacurta. In carcere l’aggressione al presunto esecutore dell’omicidio di Diabolik, Raul Esteban Calderon, scagionato per non aver commesso il fatto a maggio. La guerra fra bande non si ferma. Mesi di intercettazioni e pedinamenti fra gli uomini della squadra mobile capitolina e quelli del nucleo investigativo di via In Selci. Fino alla conclusione delle indagini quando i carabinieri consegnano l’ordine di arresto a mandanti e associati.

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