Da oracolo infallibile a manipolatore, la parabola del generale Luciano Garofano rischia di finire a Garlasco, dove per i pm avrebbe «nascosto» prove favorevoli ad Alberto Stasi come l’assenza di Dna di Chiara Poggi sui pedali della bici. Per lui Stasi è «l’unico colpevole». Il generale ha negato di essere stato a casa Poggi, sbugiardato dalle foto. L’Arma ha già detto non farà sconti né a lui né a nessuno: «Chi ha sbagliato ne risponderà», ha detto il comandante generale Salvatore Luongo.
Le stellette di generale col camice bianco lucidano di successi: il serial killer Donato Bilancia incastrato con la saliva su una tazzina uguale a una cicca accanto a una prostituta morta; Erika e Omar inchiodati per il massacro di Novi Ligure; il sangue della famiglia Caretta nascosto in un portasapone e ritrovato nove anni dopo il delitto del 4 agosto 1989 di cui si era autoaccusato il figlio Ferdinando; la macelleria di Guglielmo Gatti nel fare a pezzi disfarsi dei coniugi Donegani a Brescia; gli assassini di Tommy Onofri individuati da un frammento di nastro adesivo finito in pattumiera. Un successo che ha portato alla fiction di Canale 5 sulla Csi italiana da lui ispirata.
A oscurarne la credibilità ci sono le frasi choc dei suoi, come l’ex vice Marco Pizzamiglio che lo considera uno scienziato inesperto «a caccia di esposizione mediatica». A Cogne la perizia sul pigiama sporco del sangue del povero Samuele Lorenzi fu al centro di una querelle politico-giudiziaria con il legale di Anna Maria Franzoni, Carlo Taormina, che definì il suo lavoro «tra il ridicolo e il grottesco». C’è il pasticcio su Elvo Zornitta, ingiustamente accusato anche dai Ris di essere l’Unabomber che seminò ordigni e paura fra Veneto e Friuli. C’è Raniero Busco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni che i Ris collocarono a via Poma il 7 agosto 1990 quando la ragazza venne uccisa con 29 coltellate perché il suo Dna fu ritrovato sul corpetto della fanciulla, «era un morso o un bacio», invece no.
Anche la perizia di Garofano su Arce non ha convinto: «Serena Mollicone era in caserma al 95%», aveva detto in aula puntando il dito contro l’ex comandante della stazione di Arce Franco Mottola, i familiari e altri due militari, tutti assolti. Dopo l’esposto di Taormina nel 2008 la procura militare di Roma ipotizzò il peculato per qualche consulenza tecnica affidata ad personam ma svolta da altri militari nell’orario di servizio. Lo scrisse Panorama alla vigilia della deposizione dei Ris per la Strage di Erba, altra vicenda prossima a riaprirsi. Come ha scoperto Edoardo Montolli, mezz’ora prima dell’arresto di Olindo Romano e Rosa Bazzi, Garofano scrisse che «ragionevolmente» c’era del sangue sui loro indumenti sequestrati. Non era vero, ma i pm ancora non lo sapevano. I due dopo una confessione piena di errori, un riconoscimento tardivo e una macchia di sangue mal custodita hanno preso l’ergastolo.
È allora che qualcosa si rompe, c’è un’immagine da tutelare e un’immunità da cercare. Garofano si candida alle Europee del 2009, prende solo 3mila voti con la lista Mpa-Destra, pochini per uno scranno a Bruxelles. Trombato, vuole tornare a Parma (suo collegio elettorale) ma la legge è chiara. Sbatte la porta e respinge le accuse, «le consulenze a pagamento sono state il 2% dei 6.500 casi trattati ogni anno, nessuno di noi ha mai percepito illegalmente somme». Oggi che Garofano è nella polvere cresce il sospetto che si sfaldino altre verità granitiche, come piccoli chiodi di Garofano che possono inchiodarne per sempre una reputazione mai così bassa.
