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Cronaca giudiziaria

Giallo della ricina, il cerchio si stringe: quattro donne ascoltate in Questura

Nelle ultime settimane sono state nuovamente ascoltate diverse persone vicine alla famiglia: gli investigatori tornano sulle testimonianze e sui rapporti tra i protagonisti della vicenda per ricostruire cosa accadde nei giorni dell’avvelenamento

Morte avvelenate

Quattro donne ascoltate in pochi giorni, una di loro convocata per la sesta volta dall’inizio dell’inchiesta, e una serie di testimonianze sulle quali gli investigatori stanno tornando per ricostruire rapporti, contraddizioni e possibili omissioni. L’indagine sulla morte di Sara Di Vita, 15 anni, e della madre Antonella, 50, avvelenate con la ricina a Pietracatella, nel dicembre scorso, accelera. E mentre la Squadra Mobile continua a scavare nella cerchia familiare e nelle persone vicine alle vittime, si attendono anche gli esiti degli accertamenti sugli alimenti sequestrati nella loro abitazione.

L’inchiesta riparte dalle persone più vicine alla famiglia

A finire nuovamente sotto esame sono soprattutto i rapporti che ruotavano attorno alla famiglia Di Vita. Venerdì scorso, fino alle 22, è stata ascoltata Laura Di Vita, cugina di Gianni, marito e padre delle due vittime. La donna è stata riconvocata martedì, raggiungendo così quota sei audizioni dall’avvio dell’inchiesta. Sabato è stata sentita Loredana, un’altra cugina che vive a Pietracatella, il borgo dove risiedono i Di Vita e di cui Gianni, commercialista, è stato sindaco dal 2006 al 2014. Il suo colloquio è stato definito “importante” dagli inquirenti. Domenica mattina, alle 8, si è ripresentata in Questura Monia, professoressa all’Agrario di Riccia e amica del cuore di Gianni. Anche il suo nome era già emerso nelle precedenti attività investigative; a metà agosto era stata convocata per un confronto all’americana durato circa due ore. Ieri inoltre è stata infine ascoltata Maria Antonietta, vicepreside del liceo classico frequentato da Alice, la figlia maggiore di Antonella e sorella di Sara. La donna è la moglie di Giampiero Mastrogiorgio, l’infermiere e amico della famiglia che intervenne a casa Di Vita nel drammatico giorno di Santo Stefano quando le due donne hanno accusato il forte malore.

Il filo che porta ai Mastrogiorgio

Le famiglie Di Vita e Mastrogiorgio si frequentavano da anni. I mariti erano amici, così come le mogli e le figlie, tutte più o meno della stessa età. Un legame che gli investigatori stanno ora ricostruendo anche attraverso i contenuti dei telefoni. Quando venne sequestrato il cellulare di Alice, agli specialisti dello Sco (Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato) fu chiesto di esaminare con particolare attenzione anche i messaggi scambiati con i Mastrogiorgio. Le copie forensi dei telefoni sono state nel frattempo consegnate alle parti. L’obiettivo è ricostruire il clima familiare nei giorni a cavallo di Natale e mettere in ordine contatti e rapporti che possano aiutare a comprendere cosa accadde prima che madre e figlia venissero colpite dall’avvelenamento. Proprio in questo contesto è stata ascoltata anche la moglie dell’infermiere. Giampiero Mastrogiorgio era intervenuto quando Sara e Antonella stavano male e aveva somministrato loro le flebo. Di fronte al peggioramento delle condizioni delle due donne aveva sollecitato il trasferimento in ospedale: “Bisogna portarle con urgenza in ospedale” aveva detto.

Gli investigatori scavano nella cerchia di Gianni

La Squadra Mobile, guidata da Marco Graziano, sta passando al setaccio le testimonianze raccolte durante i mesi dell’indagine. Gli investigatori cercano di mettere a confronto versioni differenti e verificare eventuali contraddizioni, omissioni o reticenze. Al centro degli accertamenti c’è anche la figura di Gianni Di Vita e la rete di persone che gli erano vicine. Il quadro che si sta delineando comprende, secondo quanto emerge dall’inchiesta, anche un possibile movente di natura passionale, sul quale gli investigatori stanno concentrando parte delle verifiche. Nel procedimento per duplice omicidio volontario, aperto nello scorso marzo dalla procuratrice Elvira Antonelli contro ignoti, resta al momento una sola persona indagata; una cara amica di Antonella, accusata di favoreggiamento. Agli inquirenti la donna non avrebbe inizialmente raccontato che Antonella le aveva parlato già dal 2019 della possibilità di divorziare.

Il possibile punto di svolta

Sul fronte scientifico, intanto, si attende il rapporto dell’Istituto Koch di Berlino sulla presenza della ricina nei 70 alimenti sequestrati nella casa dei Di Vita. Dagli accertamenti, secondo quanto trapela, sarebbero emerse anomalie, ma gli investigatori mantengono il massimo riserbo. I risultati dovranno essere incrociati con quelli dei 131 prelievi eseguiti a luglio. L’eventuale individuazione del vettore della ricina potrebbe aggiungere un tassello importante alla ricostruzione dei fatti, ma intanto è soprattutto sul fronte delle testimonianze che l’indagine sembra aver registrato una nuova accelerazione. Restano inoltre sotto inchiesta cinque medici del Cardarelli per omicidio colposo, mentre la difesa di Gianni Di Vita invita a non escludere l’ipotesi dell’incidente. “Deve essere valutata come tutte le altre ipotesi”, ha dichiarato all’ANSA l’avvocato Vittorino Facciolla, richiamando le valutazioni di Carlo Locatelli, esperto del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, che a marzo aveva individuato la ricina nel sangue delle vittime. La difesa ricorda che nei sette precedenti casi citati da Locatelli l’avvelenamento era stato accidentale e sottolinea che l’ipotesi dell’incidente era stata valutata fin dall’inizio. Ora gli investigatori tornano sulle persone, sui rapporti e sulle versioni dei fatti; ed è proprio da questo intreccio di testimonianze che potrebbe arrivare il prossimo elemento per far avanzare l’inchiesta.

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