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I colleghi del poliziotto: "Ha mentito"

Precipita la posizione di Cinturrino, accusato di omicidio volontario. Rischia l’arresto

I colleghi del poliziotto: "Ha mentito"

Precipita a tutta velocità la posizione di Carmelo Cinturrino, il poliziotto milanese accusato di omicidio volontario per la morte di un pregiudicato maghrebino, raggiunto alla testa da un colpo sparato dall’agente nel pomeriggio del 26 gennaio. A segnare il brusco peggioramento della situazione sono da un lato le dichiarazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che appoggiano esplicitamente la linea dura seguita fin dall’inizio dalla Procura della Repubblica («Sono compiaciuto che la polizia di Stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno»); e dall’altro gli sviluppi dell’indagine, che vedono Cinturrino smentito e accusato dai colleghi che si trovavano con lui in via Impastato, a ridosso del boschetto della droga di Rogoredo, nei momenti convulsi che hanno preceduto e seguito la morte di Abderrahim «Zack» Mansouri. L’accusa di omicidio volontario, che inizialmente era apparsa all’esterno troppo severa, sta prendendo corpo sempre di più. E se venisse accertato che il poliziotto ha cercato di inquinare le prove, manomettendo la scena del delitto e cercando di influenzare i colleghi, non è da escludere che il pm Giovanni Tarzia chieda il suo arresto. Una eventualità che da più parti è considerata imminente.
«Un fanatico»: così uno o più dei colleghi interrogati l’altro ieri in Questura avrebbero definito Cinturrino, descrivendolo come una specie di habitué dell’arresto a tutti i costi: e confermando così i dubbi che fin dall’inizio il pm nutriva sull’intervento del poliziotto in via Impastato, dove Cinturrino si presenta di sua iniziativa. Conosce la zona, conosce gli spacciatori, si sente un po’ lo sceriffo del territorio dove si muove su una linea di confine. Ieri al suo difensore ribadisce la versione messa a verbale: si è visto puntare addosso da Mansouri, alla distanza di una ventina di metri, una pistola che pensava fosse vera. E ha fatto fuoco. Ma è su quanto accade dopo che la sua versione traballa. Perché un dato appare quasi certo: «Zack» resta ad agonizzare per venti minuti, tra le sterpaglie del parco, prima che vengano chiamati gli aiuti. I poliziotti raccontano a verbale: ci ha detto di averli già chiamati lui.
Ma della chiamata di Cinturino al 118 non c’è traccia. Quando finalmente un altro componente della pattuglia chiede l’intervento dell’ambulanza, per il ferito non c’è più niente da fare.
E nel frattempo appare la pistola a salve che Cinturino dice di avere visto in mano al pusher. Inspiegabilmente, sull’arma non ci sono impronte: né della vittima né del poliziotto. Ci sono però, come emerge ieri dalle analisi della Scientifica, tracce evidenti di almeno due Dna. Se uno fosse di Cinturino, potrebbe essere stato lasciato durante lo spostamento. Ma gli investigatori della Mobile stanno ipotizzando anche che la pistola non sia mai stata nelle mani dello spacciatore, e che sia stata piazzata da Cinturrino stesso, dopo averla fatta portare (magari con una scusa) da un collega. Come si siano comportati gli altri agenti presenti in via Impastato è un altro dei nodi, la decisione di incriminarli per favoreggiamento dice che per la Procura sapevano, o potevano sapere, che Cinturrino non aveva sparato per difendersi. Ma in Questura spiegano che la valutazione dei comportamenti dei quattro è ora di secondaria importanza. Il primo obiettivo è ricostruire le responsabilità di Cinturino, e - se emergerà che ha mentito - capirne il movente.


Sapendo che sul suo modo di interpretare il mestiere gravano da tempo sospetti: secondo Lapresse, in un vecchio fascicolo un video lo ritrarrebbe prelevare dal telefono di uno spacciatore banconote di cui nel verbale di arresto non compare alcuna traccia.

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