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Cronaca giudiziaria

I pedali senza Dna di Chiara: “Ma i Ris nascosero la prova”

Un errore nella registrazione delle tracce sulla bici fu coperto e omesso ai magistrati. “Stasi poteva essere innocente dal 2007″. Il login “port” sul pc dei carabinieri

Il perito di parte della famiglia Scazzi, ed ex comandante del Ris di Parma, Luciano Garofano, lascia la caserma dei carabinieri Salvo D'Acquisto, dove sono iniziati gli esami sui reperti relativi all'omicidio si Sarah Scazzi, la quindicenne di Avetrana, uccisa, secondo la Procura di Taranto, lo scorso 26 agosto, dallo zio Michele Misseri e da sua figlia Sabrina, oggi 25 ottobre 2010 a Roma. ALESSANDRO DI MEO/ANSA

Un colpo al cuore della giustizia, con un presunto innocente finito in prigione per un Dna che non solo non c’è mai stato, ma che gli stessi inquirenti sapevano non esistesse. Per la Procura di Pavia, Alberto Stasi sarebbe stato «incastrato» perché, a seguito di un errore nella registrazione dei dati biologici o dello scambio di due provette, gli analisti del Ris di Parma, comandati dal generale Luciano Garofano, si sarebbero accorti dell’errore, ma avrebbero «coperto» quei tracciati e taciuto la circostanza ai magistrati. Quei tracciati sui pedali della bicicletta di Stasi, sui quali già nei giorni precedenti il capitano Alberto Marino del Reparto investigazioni scientifiche aveva rilevato «al di là di ogni ragionevole dubbio» il Dna di Chiara Poggi con la presenza di «microtracce di natura ematica», al punto che Stasi era stato arrestato il 24 settembre 2007, per poi dover ammettere che non si trattava di sangue.

Nei mesi scorsi i pm pavesi, convinti che l’assassino sia Andrea Sempio, si sono concentrati sulla strana coincidenza della presenza dello stesso quantitativo di Dna, 2,78 nanogrammi per micrometro, sui pedali della bici e sul cucchiaio con cui Chiara aveva fatto colazione la mattina del delitto. Il sospetto che ci possa essere stata una presunta omissione già all’epoca è diventato realtà con l’approfondimento sui dati grezzi, i tracciati richiesti in tutti questi anni dalla difesa di Stasi ma sempre negati. Sui quei «raw data» gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis hanno lavorato dallo scorso maggio, quando sono stati depositati con il 415 bis. Gli approfondimenti hanno determinato una consulenza, firmata da Ugo Ricci e Pasquale Linarello, arrivata alle stesse conclusioni di quella richiesta dai pm pavesi al professor Carlo Previderè e a Pierangela Grignani: non c’è mai stato Dna sui pedali della bicicletta di Stasi. Quello che è venuto alla luce è che il campione biologico bu_p sui pedali, dopo essere risultato inibito il 14 settembre 2007, il 17 settembre aveva evidenziato in maniera anomala l’altissimo quantitativo di 2,78 ng/l che, stranamente, corrispondeva esattamente al risultato del campione 29, il cucchiaino di Chiara. I dati grezzi hanno svelato che i due tracciati, estrapolati lo stesso giorno, sono stati frutto di un ulteriore approfondimento in gran segreto: sul cucchiaino una prima «corsa» il 17 settembre totalmente piatta e negativa e, dunque, priva del Dna di Chiara, e una seconda corsa il 19 settembre non leggibile né interpretabile ma che, nonostante ciò, venne attribuita al profilo della Poggi «mediante un’assegnazione manuale e arbitraria delle chiamate alleliche», si legge negli atti, indicando «vittima» nella tabella della relazione finale bio-dattilo.

Sui pedali, una prima corsa risultata negativa il 19 settembre, poi nella stessa giornata il campione venne amplificato e purificato. E solo oggi è venuta a galla l’esistenza di due corse effettuate nella stessa data e allo stesso orario, corrispondenti a due amplificazioni diverse ma contestuali che si sono concluse con la formazione di quel profilo perfetto, pulito, senza rumore di fondo e del tutto anomalo rispetto ai dati senza alcun esito emersi fino a poche ore prima, alla presenza dei consulenti di Stasi dell’epoca.

Inoltre Ricci e Linarello hanno evidenziato come per le analisi del 19 settembre 2007 l’utente «loggato» nel sistema non fosse il capitano Marino, bensì tale «port», operatore che per gli inquirenti corrisponderebbe a Giorgio Portera. Ora i nuovi elementi portano la Procura di Pavia a ritenere che i carabinieri del Ris di Parma, agli ordini del generale Garofano, sapessero che il test del Dna sui pedali della bici di Stasi era negativo, ma nascosero i risultati che provavano la sua innocenza.