Carcere a vita per Mark Antony Samson, il 24enne che lo scorso marzo a Roma ha massacrato l’ex fidanzata Ilaria Sula e gettato il suo cadavere, chiuso in una valigia, in una scarpata a 40 km dalla capitale. Un omicidio atroce, per il quale la Corte d’Assise non ha fatto sconti al giovane di origini filippine che, dopo aver attirato con una scusa la 22enne nell’appartamento in cui viveva con la famiglia, nel quartiere Africano, l’ha colpita con tre coltellate alla gola e poi si è disfatto del corpo con l’aiuto della madre, già condannata a due anni per concorso in occultamento di cadavere aggravato.
Non è stato un delitto d’impeto, i giudici hanno riconosciuto l’aggravante della premeditazione, come aveva chiesto la Procura, oltre a quelle dei futili motivi e della relazione affettiva con la vittima e l’occultamento di cadavere, sollecitando il carcere a vita. La difesa dell’imputato aveva chiesto invece di escludere le aggravanti e di riconoscere le attenuanti generiche, ma l’avvocato di parte civile Giuseppe Sforza ha insistito affinché non fossero riconosciute «perché non avrebbe corrisposto in nulla a quello che si è sentito e visto in questo processo». Fatti gravissimi, ripercorsi dal pm Maria Perna durante la sua requisitoria. Il magistrato ha ricordato che l’imputato non si è mai pentito di quello che ha fatto, continuando a pensare che Ilaria «meritasse quella fine». Emozionati i genitori della studentessa dopo la lettura della sentenza: «È stata fatta giustizia, ora lei è in pace, ma l’ergastolo vero ce lo abbiamo noi». La mamma della vittima è scoppiata in lacrime durante la requisitoria, quando il sostituto procuratore ha detto che Ilaria «poteva essere figlia di tutti noi, se non fosse stata uccisa così barbaramente e soprattutto buttata via in quelle condizioni». È stata dura per i familiari ascoltare la ricostruzione del delitto fatta dall’accusa. «Ho ancora presente quel cadavere gettato in un dirupo e le condizioni in cui era», ha detto il pm, definendo Samson «subdolo, falso e diabolico prima, durante e anche dopo l’omicidio. È un reo confesso che ha ammesso circostanze che non poteva negare. Ma su tutto il resto ha continuato a mentire, per non ammettere la premeditazione del delitto». Nella condotta di Samson è emerso un «intento punitivo, una volontà chiara di vendetta che nasce dalla rabbia accumulata per una situazione e che gli stava sfuggendo di mano. Ha posto in essere un controllo ossessivo che lo vede impazzire quando Ilaria non può più essere controllata. Un intento punitivo che lo porta a organizzare quell’incontro trappola». Quel giorno, dunque, il 24enne ha invitato a casa la sua ex con una scusa per fargliela pagare, non sarebbe stato uno scatto d’ira a trasformarlo in un assassino.
Samson ieri non era presente nell’aula bunker di Rebibbia per assistere alla lettura del dispositivo. C’erano, invece, oltre ai familiari, gli amici di Ilaria, che indossavano una maglietta bianca con l’immagine della ragazza sorridente e la scritta «Giustizia per Ilaria». Presente anche una delegazione di studenti dell’Università La Sapienza, dove Ilaria studiava statistica. L’ateneo si è costituto parte civile nel processo. I ragazzi avevano tutti un fiocco rosso, simbolo della lotta contro la violenza sulle donne. «Aspettiamo le motivazioni, ma quasi sicuramente faremo appello», ha annunciato l’avvocato Alessandro Pillitu, che difende Samson insieme a Paolo Foti.
