Quel giornalismo investigativo a prova di bomba. Perché le inchieste di Report non si fermano con le molotov. Specialmente se fabbricate in casa propria o dagli amici. Comincia a diventare grottesca, se non fosse di una gravità inaudita, la verità che emerge dalle indagini sugli attentati dinamitardi contro Sigfrido Ranucci e Adriano Cappellari. C’è un filo rosso fuoco, infatti, che lega l’attacco dinamitardo di Pomezia con lo scoppio di Enego: a casa di Mr. Report, per gli inquirenti, avrebbe agito un commando campano ingaggiato dal suo amico intimo Valter Lavitola, mentre il cronista vicentino che collaborava con il programma di Rai3 avrebbe fatto tutto da solo.
Il risultato, comunque, non cambia, perché subito dopo la deflagrazione dell’ordigno che ha fatto saltare in aria la macchina di Sigfrido nella notte del 16 ottobre scorso, Ranucci ha legato quell’attacco alle inchieste contro il centrodestra, assicurando che “se volevano fermare Report, hanno ottenuto l’effetto opposto”.
Stesso copione quando il 30 maggio scorso una bomba era esplosa nel giardino di Cappellari e il conduttore Rai era immediatamente intervenuto non solo per esprimere solidarietà al giovane cronista, ma anche per legare, di fatto, quell’episodio al lavoro della squadra di Report. Proprio Ranucci, infatti, aveva rivelato come Cappellari fosse un collaboratore del suo programma d’inchiesta. “Massima solidarietà ad Adriano Cappellari. Lo conosco personalmente, è stato uno dei colleghi che ci ha dato una mano nelle nostre inchieste. A lui va tutta la vicinanza, mia e della redazione di Report. Se c’è qualcuno che pensa che le bombe possano fermare la passione e il lavoro dei giornalisti, si sbaglia”, aveva garantito ad Affari Italiani, il giornale che aveva messo in luce come Ranucci stesse vivendo sulla sua pelle la paura di rischiare la vita per il proprio lavoro.
Almeno fino a fine giugno, quando i carabinieri hanno arrestato i quattro esecutori dell’attentato e rivelato che il mandante dell’attacco dinamitardo sarebbe Lavitola, fonte di Report dal 2019 ma soprattutto amico fraterno del frontman Rai. E oggi la storia si ripete con il collaboratore Cappellari, indagato per incendio, calunnia e simulazione di reato continuati, procurato allarme e truffa in danno di ente pubblico, visto che le indagini hanno consentito alla Procura di Vicenza di accertare come quell’attentato fosse tutta una montatura, inscenata dallo stesso cronista, il quale, oltre a far deflagrare l’ordigno assemblato con materiale da lui stesso acquistato nel web, si sarebbe auto-minacciato con una lettera contenente alcune fotografie di Cappellari contrassegnate con una “X” nonché riferimenti al parroco anticamorra di Caivano, Maurizio Patriciello, e alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
Il cronista, convinto di aver scoperto presunte irregolarità su alcuni fondi, aveva scritto a Report per segnalare le posizioni di Ivo Boscardin e Stefania Simi, rispettivamente ex sindaco e vicesindaco di Enego. Le telecamere di Report erano dunque arrivate nel paesino del vicentino e registrato la versione dei due interessati, le cui giustificazioni sono apparse deboli di fronte all’impianto accusatorio sostenuto dall’inviata del programma, imbeccata da Cappellari. E quando la bomba è scoppiata nel giardino del cronista, alla solidarietà di Ranucci si sono aggiunte le parole dell’aspirante giornalista di Report: “Io non penso e non voglio nemmeno pensare che l’attentato incendiario sia in qualche modo connesso a questa vicenda”. Infatti, ormai non lo pensa proprio nessuno.
