La mafia al nord esiste e a testimoniarlo ci sono diversi processi: le principali organizzazioni mafiose non siano più soltanto radicate al Sud, ma hanno sviluppato una presenza stabile in diverse aree del Nord, con modalità che cambiano da territorio a territorio, ognuno dei quali rappresenta un mercato molto più ricco rispetto a molte aree d’origine. Per questo il Consigliere del Csm Ernesto Carbone ha chiesto l’apertura di una pratica per modificare la delibera della Quinta commissione dell’11 giugno che escludeva le procure distrettuali del nord Italia da quelle ad alta densità mafiosa. Carbone chiede infatti “l’immediata rivisitazione e correzione del testo della Delibera della Quinta Commissione dell'11 giugno” includendo, fra le Procure distrettuali operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo matioso, anche quelle del nord Italia. Una determinazione che esclude queste ultime, infatti “appare rischiosa e fuorviante e deve necessariamente essere rivisitata e corretta.
Non includere le Procure del nord Italia fra quelle operanti in aree caratterizzate da alta densità di criminalità organizzata di tipo mafioso rappresenta un errore macroscopico e un totale travisamento della realtà oggettiva: questo è inammissibile da parte dell'Organo di rilevanza costituzionale che rappresenta e governa la Magistratura. Con tale determinazione, infatti, viene trascurata e travisata l'evoluzione del fenomeno mafioso in Italia. La criminalità organizzata nelle Regioni del nord esiste e, per certi aspetti, è molto più pericolosa
delle tradizionali forme di manifestazione tipiche del Mezzogiorno, in quanto subdola e insinuata nelle maglie del sistema economico-imprenditoriale che sorregge il nostro Paese.
Come noto, proprio nelle aree economicamente più sviluppate - che ancora oggi sono situate al Nord - c'è maggior rischio di infiltrazioni criminali, laddove si concentrano capitali, infrastrutture, grandi opere pubbliche”. E richiama l’attenzione a fatti che, purtroppo, non hanno avuto alcune rilevanza mediatica, come le reiterate minacce di morte subite dai magistrati Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane, pm titolari del processo Hydra, nel quale sarebbe emersa “un'alleanza tra esponenti di 'ndrangheta, camorra e Cosa Nostra in Lombardia, dove la criminalità organizzata oltre che esistere, non è più silente”.
Ma viene citato anche il Processo Minotauro in Piemonte (nato dall'omonima maxi-inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Torino), che ha dato dimostrazione del radicamento della 'ndrangheta in Piemonte. E quelli che riguardano l’Emilia Romagna, ovvero i processi Aemilia (con oltre 200 imputati per reati gravissimi come associazione mafiosa, estorsione, usura, riciclaggio e intestazione fittizia di beni, mostrando la presenza di infiltrazioni nell'economia legale dell'Emilia Romagna, specialmente nel settore dell'edilizia e degli appalti post-terremoto) e Grimilde (con oltre 80 indagati per reati di associazione mafiosa, frodi comunitarie, caporalato, truffe ai danni dello Stato, estorsioni). A prendere posizione anche la togata Bernadette Nicotra e i togati di Magistratura Indipendente, che hanno chiesto la revisione del testo dell’11 giugno, così come le consigliere laiche Claudia Eccher e Isabella Bertolini.
Escludere le Procure del nord non solo renderebbe il lavoro di diverse Procure marginale agli occhi della criminalità, ma ne favorirebbe, probabilmente, il proliferare complice un maggior senso di impunità. Relegare il contrasto alla criminalità organizzata, soprattutto in un’epoca simile, a poche regioni, è forse uno dei messaggi più sbagliati che si possono trasmettere.