I dubbi sulle scelte difensive. Il tentativo di fare quadrato sui temi ricorrenti. Le fatture da pagare. La paura per la sorte del figlio: «Andremo a portargli le arance in galera». Le imprecazioni, quelle indicibili, perché colpiscono la famiglia di Chiara Poggi, già distrutta da un delitto orrendo.
C’è un clima teso, a casa Sempio, da quando il 38enne è di nuovo nel mirino. Difficile che non si parli dell’inchiesta, tutti i giorni e a tutte le ore. Lo fa mamma Daniela Ferrari, il 29 ottobre dell’anno scorso, a poche settimane dalla conclusione dell’incidente probatorio sul Dna delle unghie della giovane uccisa. Parole choc. «Maledetta Chiara, i Poggi e il porco (bestemmia) che non li fa morire... maledetta», le sue parole captate dalle cimici.
Tra le trascrizioni ritenute rilevanti dalla procura di Pavia, in relazione al profilo del movente e al soliloquio in cui Andrea scimmiotta la voce di Chiara nelle tre telefonate facendo riferimento al «video nella penna», c’è quella del 2 novembre 2025. Il padre Giuseppe chiede al figlio di una chiavetta che non ricorda se fosse nel pc. «No ma io non avevo chiavette», risponde Andrea alzando la voce come alterato.
Ancora: «Cioè chiavette... riferito a chi?
Non lo so... non ne avevo una di chiavetta». C’è poi l’argomento Luciano Garofano, ora entrato nel caso Garlasco dopo le presunte ombre sullo svolgimento dei test sui pedali della bici di Stasi. È ancora mamma Daniela a parlare, a settembre 2025.
«Garofano e Tizzoni – riassumono i carabinieri - hanno paura che esca fuori un’altra verità rispetto alla colpevolezza di Stasi, e non si spiega come mai hanno paura se sono certi di aver fatto le cose fatte bene all’epoca». Si lamenta perché l’ex generale «lavora con Capra e Tizzoni», il primo ex Ris, il secondo avvocato della famiglia Poggi, e che vuole seguire le loro strategie. Si sfoga: «Non è normale che se tu sei stato assunto da me, per difendere me, mi obblighi a dire o metti dentro delle cose che vogliono Tizzoni e Capra nell’incidente probatorio, tipo l’impronta 33, che l’impronta 33 non c’entra niente perché mio figlio è accusato sul Dna».
Ci sono altre captazioni che riguardano il famoso viaggio a Vigevano. Ed è sempre lei, a ottobre 2025, che si chiede come mai siano state prese le misure antropometriche al figlio. «Ma perché non gliele avete prese a Stasi? A mio figlio gli prendete le misure venti anni dopo... venti anni dopo che è venti chili in più (...) l’unica cosa che gli è rimasta uguale all’epoca è il numero di scarpe che aveva il 44 all’epoca e ce l’ha ancora adesso». Altri passaggi sono ritenuti significativi. Il 20 novembre 2025 è Sempio a dire che «l’Armando (Palmegiani, ndr) è riuscito a recuperare le intercettazioni telefoniche e mi ha detto che quella di Sapone (il sottufficiale dei carabinieri Silvio, ndr) non c’è perché Sapone mi ha chiamato prima che venissi messo sotto intercettazione». Precisa che «Sapone è quello che mi aveva chiamato che mi voleva parlare però fuori dalla caserma così che io ho detto di questo qua non mi fido e l’ho passato a Soldani». Agli atti poi le parole dell’ex procuratore pavese Venditti sulla ex sostituta procuratrice Laura Barbaini che riaprì l’inchiesta che portò alla condanna di Stasi.
«Era il mio consulente... quella che mi spingeva a chiedere l’archiviazione». Eppure, si lamenta, «chi viene.. chi viene..
perseguito?.. Direi perseguitato.. solo io..».
