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Cronaca giudiziaria

Michele “‘o Pazzo”, il boss che ha ordinato l’esecuzione

La faida sul traffico della coca tra gli albanesi e Senese

Michele Senese

La scia di sangue sarebbe continuata anche dopo l’omicidio di «Diabolik», secondo il gip che ha disposto gli arresti dei presunti mandanti. Ed è stata scongiurata «esclusivamente per i numerosi arresti susseguitisi in tempi recenti». La faida per il controllo del mercato della cocaina tra il gruppo degli albanesi, guidato da Elvis Demce, e quello del clan Senese, avrebbe potuto fare altri morti. Prova ne sono quattro tentati omicidi, le aggressioni in carcere, gli avvertimenti. Ai vertici della piramide che ha deciso l’omicidio di Fabrizio Piscitelli nel 2019 c’è il boss 69enne Michele Senese, detenuto dal 2013 eppure «guida incontrastata dell’omonimo sodalizio» mafioso che domina la criminalità romana. Dalle carte dell’inchiesta emerge tutta la «elevatissima caratura criminale» dei personaggi coinvolti.

È Senese «il mandante apicale», quello che avrebbe dato l’assenso all’eliminazione di Diabolik, freddato su una panchina del parco degli Acquedotti perché voleva diventare autonomo nel mercato della coca. «A Roma la gente con i soldi rimane sulle panchine», è una delle intercettazioni che dà il senso del potere criminale, capillare, nella Capitale. A tenerne le fila, da dietro le sbarre, è ancora lui, Michele detto «'O Pazzo», nonostante il «vizio di mente» che pur in passato gli era stato riconosciuto si sia poi rivelato «il frutto di un’abile attività di simulazione della propria condizione mentale». Quel Senese che nel 2001 fece ammazzare il boss della Marranella, Giuseppe Carlino, per vendicare il fratello Gennaro ucciso nel 1997.

Anche se è in carcere da oltre dieci anni, tutti hanno paura di «'O Pazzo», racconta ai pm della Dda Cosimo Nicoli, uno che per i Senese faceva le truffe in ambito commerciale. «È l’Hitler dei giorni nostri», mette e verbale. E poi: «Quando si parla di Michele Senese... si ferma l’orologio». Sempre lui, secondo Nicoli, dalla cella impartiva ordini, compreso l’omicidio di Diabiolik, tramite pizzini consegnati alla moglie nelle scarpe. Nicoli avrebbe anche ricevuto due lettere dal boss con cui gli commissionava l’omicidio di Antonio Moccia. Il «capo», dal penitenziario, avrebbe fatto arrivare un messaggio a Demce, il vertice degli albanesi, dal significato inequivocabile: «Gli ha detto vengo su con i carri armati», afferma uno degli intercettati. Per dare l’idea del modus operandi del clan, viene citata un’altra intercettazione, questa volta del figlio di Michele Senese, Vincenzo: «O paghi o mor’».

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