Ben sei anni sono passati dalla primavera 2020, il periodo più buio della pandemia di Covid. Dopo l’estate, finalmente, si metterà un punto fermo all’inchiesta simbolo dell’emergenza sanitaria sugli anziani morti nelle Rsa in Lombardia. È attesa infatti a settembre un’udienza chiave per la vicenda del Pio Albergo Trivulzio, la storica casa di cura milanese in cui in pochi mesi morirono decine di anziani ricoverati. Una ventina di familiari, oltre alla Associazione Felicita, formatasi nei giorni dell’emergenza sanitaria, hanno presentato richiesta di opposizione all’archiviazione della procura. I loro avvocati, così come la procura, discuteranno davanti alla gip Marta Pollicino. La giudice preliminare ascolterà nuovamente le parti, poi si riserverà. Tre sono le strade: la prima è dare ragione alla procura che per la seconda volta chiede di scagionare l’ex dg Giuseppe Calicchio, archiviando così definitivamente l’indagine e scontentando le richieste dei familiari degli ospiti della residenza per anziani. L’altra via è ordinare l’imputazione coatta e obbligare il pm a formulare l’accusa. La giudice potrebbe imporre anche nuovi accertamenti, opzione improbabile, dopo due perizie approfondite e diversi anni di indagine.
Già nel 2021 era stata chiesta l’archiviazione delle indagini, perché si riteneva che i numeri di decessi registrati al Pat fossero «nella media delle altre residenze sanitarie». Ma per la gip Alessandra Cecchelli erano necessari nuovi accertamenti. A marzo è arrivata la nuova richiesta di archiviazione della procura. Il pubblico ministero Mauro Clerici ha nuovamente escluso, sulla base del lavoro dei consulenti, «qualsiasi responsabilità alla dirigenza». Ci sarebbero stati, per gli inquirenti, problemi organizzativi e gestionali nella struttura e anche una «tardiva applicazione delle procedure» di protezione che avrebbero inciso «sulla propagazione del virus» e anche sulla mortalità al Pat. Ma le indagini non ha prodotto prove in grado di sostenere un eventuale processo. A cominciare dal fatto che i periti non sono riusciti nell’arduo compito di tracciare con certezza il momento in cui il Covid-19 è per la prima volta entrato nella struttura, né hanno potuto ricostruire con precisione «la diffusione del virus nei vari reparti» del Pat. L’avvocato Luigi Santangelo, tra i legali che assistono le parti offese, ha commentato: «Resta intatta la determinazione dei familiari nel chiedere giustizia. Affrontiamo questa udienza con rispetto per la magistratura e con la convinzione che fatti di tale gravità richiedano ogni necessario approfondimento». Per l’avvocato «un eventuale rinvio a giudizio, al di là degli effetti che il decorso del tempo potrà produrre, avrebbe un significato rilevante, quale riconoscimento della necessità di un pieno accertamento giudiziario e segnale atteso da anni dai familiari e favorirebbe la ricomposizione di una ferita profonda che riguarda l’intera comunità». La parola al giudice.
