Nei giorni in cui si parla molto di David Rossi, c’è un’altra commissione d’inchiesta che sta continuando a lavorare in Parlamento: quella sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori. Giovedì è stata ascoltata Ilaria Calò, la pm che insieme alla collega Simona Maisto chiese l’archiviazione della cosiddetta seconda inchiesta, la pista della banda della Magliana. L’audizione della magistrata è durata più di due ore ma è stata secretata. Nonostante questo approfondimento sull’ipotesi di un coinvolgimento della criminalità, la commissione non vuole correre il rischio di innamorarsi di una specifica pista. Per allargare il raggio dell’indagine occorre soffermarsi anche sulle informazioni finora inedite o sottovalutate. In questo senso, nuove rivelazioni arrivano dalla testimonianza di Giuseppina Coali, figlia di un alto dirigente della gendarmeria vaticana all’epoca in carica. La donna, cresciuta nello stesso gruppo giovani di sant’Anna in Vaticano frequentato da Emanuela, ha riportato in un libro (Giallo vaticano, edito da Il Timone) alcuni episodi che sollevano interrogativi sulla figura di un dipendente vaticano con un ruolo dirigenziale. L’uomo viveva all’interno delle mura con la famiglia e i suoi comportamenti erano diventati oggetto di segnalazione alla gendarmeria per l’abuso di alcool e per le troppe uscite notturne con un veicolo targato Scv. La Coali ha svelato l’esistenza di una denuncia per molestie ai danni del dipendente presentata da due minorenni e della quale la polizia informò la gendarmeria. L’episodio avvenne qualche anno dopo la scomparsa di Emanuela e finì sulle cronache di Paese Sera determinando l’allontanamento dell’uomo dal piccolo Stato. L’autrice ha rivelato che sospetti su di lui, però, risalivano già all’indomani del 22 giugno 1983 quando il padre Augusto, chiamato per un intervento all’ingresso di sant’Anna, vide l’agostiniano Aron fermare la macchina del dipendente, intimargli di abbassare il finestrino e domandargli: «Sei sicuro di non avere nulla da confessare?». Quando il gendarme chiese spiegazioni, il frate avrebbe pronunciato una frase sinistra: «Quella stupida s’è fatta fregare». Nel libro non ci sono nomi, ma vengono forniti elementi sufficienti per unire i puntini: viene riportato, ad esempio, che un figlio dell’uomo era uno degli ultimi amici ad aver visto Emanuela. Facile identificarlo con P.M., ascoltato dalla commissione, ma in seduta segreta. Gli fu chiesto anche del padre? Difficile. All’epoca il nome del dipendente era stato evocato solo dal giornalista Pino Nicotri secondo il quale sarebbe stato proprio lui il protagonista della presunta molestia subita da Emanuela nei giardini vaticani e confidata ad una sua amica. Le rivelazioni della Coali, riferite anche in deposizione davanti al promotore di giustizia vaticano Alessandro Diddi, sembrano dare credito alla pista lanciata da Nicotri. Ed ora anche la commissione potrebbe volerci vedere chiaro.
