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Cronaca giudiziaria

Ris e procura. Tutti gli inganni per un colpevole scelto a tavolino

Il capitano dei Ris Marino chiese ai Vigili di Milano di far sparire le multe dei suoi viaggi in tribunale

Generale L'ex comandante dei Ris di Parma Luciano Garofano, oggi consulente

Quel sangue sui pedali che non c’era e il tentativo di attaccarsi a un leucocita per dimostrare che Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi. Sebbene con la scoperta di quelle analisi (che scagionavano il condannato e che il Ris di Luciano Garofano ha occultato dal fascicolo) sia scattato il tentativo di appigliarsi all’irrilevanza di quell’elemento per tenere in piedi una sentenza che fa acqua da tutte le parti, è proprio in quella sentenza che i giudici accertano la presenza del Dna della vittima sui pedali della bici di Stasi, oggi del tutto smentita dalle due controanalisi negative fatte dall’allora capitano Alberto Marino il 20 settembre 2007 e in contrasto con l’unico risultato positivo del giorno prima.

Non solo: nonostante dai nuovi atti sia emerso che Marino aveva perfino fatto un test per la rilevazione del sangue, risultato negativo e tenuto segreto a difesa e magistrati, nel processo bis entra anche la relazione del Ris in cui i consulenti dell’accusa avevano certificato la presenza di un leucocita che, secondo le contestazioni, sarebbe la dimostrazione che nel materiale genetico ci fosse il sangue. Circostanza del tutto risolta nel giudizio di primo grado, quando il perito Carlo Robino, che aveva chiesto al Marino tutte le analisi sui pedali e al quale lo stesso Marino aveva occultato le controanalisi negative, dallo studio dei vetrini arriva alla conclusione che quelle strutture biologiche non erano cellule ematiche, bensì lieviti.

Eppure la Corte d’appello di Milano non prese in considerazione la perizia del primo grado, sposando in toto l’impianto accusatorio del sostituto procuratore Laura Barbaini, la quale, durante il procedimento, aveva avuto una serie di interlocuzioni con il Ris Marino. Dalle carte del fascicolo acquisito al laboratorio di Parma dalla Procura di Pavia sono emerse ora le missive inviate da Marino alla polizia municipale di Milano, con oggetto «richiesta di cancellazione d eventuali verbali di infrazione» per i giorni 7, 10, 14, 17, 18, 19, 29 e 30 novembre 2011, perché in quelle date l’allora consulente del primo processo si era «recato con il mezzo proprio presso il Tribunale di Milano in quanto convocato dalla dott.ssa Laura Barbaini». Della natura di quegli incontri non c’è alcuna nota che indichi cosa la pm e il militare si siano detti. Però una mail svela che sicuramente, tre anni dopo, Marino notiziava l’allora comandante del Ris, Giampietro Lago, in merito agli elementi su cui, in quel momento, stava lavorando la Barbaini. «È stato fatto un tampone del sifone» scrive Marino il 25 marzo 2014. «È il rep. 66: combur dubbio, OBTI negativo, DNA negativo. Il miscelatore è rep. 59 e 67: combur negativi. Solo il 67 offre un profilo complesso, vittima più altro, per i soli marcatori minifiler (8 loci). Allego schema a pag. 145 della relazione» precisa nella mail. Elementi significativi, considerando che la Barbaini stava indagando sul dispenser del sapone, per dimostrare che le due tracce di anulare lasciate da Stasi fossero l’ultimo atto dell’assassino che, dopo essersi lavato le mani sporche di sangue, aveva sciacquato accuratamente il lavabo. Peccato che neanche quegli approfondimenti rivelarono la presenza di tracce ematiche. E alla Barbaini non restò altro che redigere una memoria di quattro pagine, datata 28 novembre 2014, con una valutazione «sulle impronte insanguinate del palmo della mano dell’aggressore e delle dita dell’aggressore presenti sugli indumenti della vittima», si legge. Un volo pindarico da usare contro Stasi, creando la suggestione che la mano insanguinata impressa sul pigiama potesse essere del fidanzato e amplificare la ricostruzione che l’assassino avrebbe dovuto per forza lavarsi le mani in bagno.