Ancora cinque giorni di attesa per conoscere il destino di Mario Roggero: il tribunale di sorveglianza di Milano ieri si è riservato fino a martedì prossimo la decisione sull’istanza dell’orefice condannato a quattordici anni e nove mesi per l’omicidio di due rapinatori durante l’assalto al suo negozio in provincia di Cuneo. Roggero, che sta scontando la sua pena a Bollate, ha chiesto la sospensione della pena in attesa che il Quirinale decida sulla sua istanza di grazia. La stessa richiesta è stata respinta dal tribunale di Torino, cui il commerciante si era rivolto quando era ancora a piede libero.
Ma dal carcere di Bollate ha presentato una nuova richiesta, stavolta al tribunale milanese. I giudici del capoluogo lombardo potrebbero prendere una decisione diversa dai colleghi torinesi e aprire a Roggero la strada verso la libertà o almeno verso gli arresti domiciliari: concessione provvisoria, perché se il presidente della Repubblica Sergio Mattarella rifiutasse la grazia, a Roggero non resterebbe che tornare a scontare la sua pena dietro le sbarre.
Ieri Roggero era in aula, davanti al tribunale presieduto dal giudice Marcello Bortolato. «Un po’ dimagrito ma in buona salute» lo hanno descritto. E deciso a fare valere le sue ragioni: ha preso la parola personalmente, spiegando che a Bollate sta affrontando un percorso di analisi di quanto accaduto la notte maledetta del 28 aprile 2021. «Parlare di pentimento mi pare in questo momento inappropriato» spiega il suo avvocato, Stefano Marcolini. Ma Roggero ha spiegato che comunque non rifarebbe quello che ha fatto. «Potevo essere meno impulsivo e più riflessivo» ha detto. «Ogni vita merita rispetto secondo quella metafora per cui siamo tutte gocce di un grande oceano».
Gli spazi per una sospensione provvisoria della pena ci sono. Lo stesso tribunale di Torino, nel provvedimento con cui ha respinto l’istanza, ha riconosciuto che il delitto di Roggero ha delle attenuanti, «non si può misurare la reazione di una persona ingiustamente aggredita col bilancino del farmacista» perché in una situazione come quella in cui si è trovato è possibile «l’esplosione di uno choc emotivo capace di obnubilare e così indurre la vittima designata a condotte inconsulte nelle fasi immediatamente successive l’avvenuta iniqua aggressione». E allora perché a Torino hanno detto di no a Roggero? Semplicemente per non mancare di rispetto al capo dello Stato, cui spetta la decisione sulla grazia. Se avessimo disposto la sospensione, scrivono i giudici nella loro motivazione, sarebbe sembrata una «indebita intrusione» in una vicenda che «solo la preclara saggezza e sensibilità della nostra Presidenza potrà definire con insindacabile razionalità e il giusto equilibrio».
Nei prossimi giorni si scoprirà se anche il tribunale di Milano si sentirà vincolato da tanta cautela. La Procura generale ieri ha chiesto che la nuova istanza di Roggero venga dichiarata inammissibile perché sul tema si sono già espressi i giudici torinesi. La cui decisione, però, è tutt’altro che definitiva: il difensore dell’orefice ha annunciato di avere pronto il ricorso in Cassazione per «mancanza di motivazione».
