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Il tesoro di Messina Denaro torna in superficie: 200 milioni sequestrati in nove Paesi e tre arresti

Le fiamme gialle di Palermo smantellano la rete offshore che riciclava i proventi del narcotraffico di Cosa Nostra: blitz simultanei per colpire l'impero finanziario di Matteo Messina Denaro.

Il tesoro di Messina Denaro torna in superficie: 200 milioni sequestrati in nove Paesi e tre arresti

All'alba, mentre la città di Palermo si svegliava, le fiamme gialle del comando provinciale della guardia di finanza di Palermo erano già operative in più angoli del mondo. Coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo siciliano, la maxi-operazione ha portato all'arresto di tre persone e al sequestro di beni, società e disponibilità finanziarie per un valore che supera i 200 milioni di euro.

Il provvedimento, emesso dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo, ha avuto esecuzione simultanea non soltanto in Italia, ma in un'ottica di cooperazione giudiziaria e di polizia che ha interessato ben otto giurisdizioni estere: Andorra, Gibilterra, le Isole Cayman, il Lussemburgo, la Svizzera, il Libano, il Principato di Monaco e la Spagna, con blitz concentrati nelle località di Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banús, la nota "Marbella dei ricchi" sulla Costa del Sol, storicamente frequentata da esponenti della criminalità organizzata di mezzo mondo.

Dagli anni Ottanta ai paradisi fiscali: l'eredità economica del boss

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il sistema finanziario smantellato questa mattina affonda le sue radici negli anni Ottanta, quando Cosa Nostra Trapanese raggiunse il culmine della propria potenza nel mercato internazionale degli stupefacenti. Al vertice di quella struttura criminale sedeva Matteo Messina Denaro - detto "Diabolik" - il capomafia di Castelvetrano che trascorse quasi trent'anni da latitante prima di essere catturato il 16 gennaio 2023 in una clinica palermitana dove si sottoponeva a chemioterapia sotto falso nome. Morì il 25 settembre 2023 nel carcere de L'Aquila.

Secondo le fiamme gialle, l'operazione odierna giunge al culmine di una lunga e articolata indagine che ha consentito di ricostruire un patrimonio ingente, frutto del reimpiego di capitali generati proprio da quel narcotraffico, transitati nel tempo attraverso una fitta rete di società offshore per poi reinserirsi nell'economia legale in vari Paesi.

Il quadro che emerge non è quello di una cassaforte fisica colma di banconote, ma di un sistema finanziario sofisticato e ramificato a livello planetario — un'impressione già anticipata da un'inchiesta di Repubblica pubblicata il 21 maggio scorso. Le indagini collocano i capitali attribuiti alla rete di Messina Denaro tra Verona e Londra, passando per Dublino, Cipro e Malta, con un intreccio di transazioni costruito nel tempo attraverso l'impiego di prestanome insospettabili. Tra i settori di investimento finiti nel mirino degli investigatori, uno dei nodi principali risulta essere il settore delle energie rinnovabili, in particolare l'eolico in Sicilia, divenuto per gli inquirenti una delle porte d'ingresso principali del sistema economico del boss.

I precedenti: i beni già confiscati e la rete dei prestanome

La vicenda patrimoniale legata al nome di Messina Denaro ha già prodotto sequestri di proporzioni colossali nel corso degli anni. Nel 2013 il Tribunale di Trapani aveva disposto la confisca di società, terreni e beni immobiliari riconducibili all'imprenditore Giuseppe Grigoli, ritenuto dagli inquirenti uno dei principali prestanome del boss, per un valore di 700 milioni di euro. Già nel 2008, attorno a Grigoli, erano stati sequestrati beni per 700 milioni di euro tra società, immobili e terreni; successivamente la confisca venne confermata.

Più di recente, i finanzieri del Comando Provinciale di Palermo avevano sequestrato, nel marzo 2025, beni per oltre 3 milioni di euro a Giovanni Luppino, l'autista del boss arrestato insieme a lui davanti alla clinica La Maddalena nel gennaio 2023 e poi condannato a oltre nove anni di reclusione. Secondo gli inquirenti, Luppino non si sarebbe limitato a fornire supporto logistico al boss, ma avrebbe avuto un ruolo attivo nel finanziamento della sua latitanza, con bonifici e assegni riconducibili a soggetti vicini a Messina Denaro.

Il contesto internazionale: le mafie e le rotte globali

L'operazione di oggi si inserisce in un quadro investigativo che le stesse procure antimafia stanno delineando con crescente preoccupazione. Appena cinque giorni fa, il 23 maggio 2026, il Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Giovanni Melillo aveva preso la parola a Palermo, nell'ambito della due giorni dedicata alla cooperazione giudiziaria internazionale inserita nel programma europeo EL PAcCTO 2.0, per segnalare come i conflitti armati offrano alle reti criminali condizioni ideali per movimentare merci, denaro e relazioni istituzionali di comodo.

Il cuore dell'allarme riguardava le triangolazioni costruite per aggirare dazi, sanzioni ed embarghi, con una pressione crescente sui sistemi nazionali di indagine, poiché le mafie operano su rotte globali mentre la prova penale resta ancorata a regole territoriali.

Sarà proprio Melillo, insieme al Procuratore della Repubblica di Palermo Maurizio de Lucia, a presiedere la conferenza stampa convocata per le ore 11 di questa mattina nella sede della Procura di Palermo, dove verranno illustrati i dettagli dell'operazione.

Una geografia del crimine

Tra le piazze finanziarie interessate dai sequestri di stamane, spiccano destinazioni che nella topografia del riciclaggio internazionale ricorrono con tragica costanza. Le Isole Cayman, nell'arcipelago caraibico, rappresentano da decenni uno dei principali schermi finanziari per capitali di origine illecita. Andorra e Gibilterra, micro-stati con regimi fiscali favorevoli, fungono da snodi intermedi. Il Lussemburgo e la Svizzera, con i loro sistemi bancari tra i più riservati d'Europa, completano il quadro europeo. Il Libano e il Principato di Monaco allargano ulteriormente il perimetro geografico dell'indagine.

La Spagna meridionale, infine, con le località della Costa del Sol citate nell'ordinanza -

Malaga, Marbella, Benahavis e Puerto Banús - è storicamente considerata una delle mete predilette dalla criminalità organizzata europea per investire i proventi di attività illecite nel mattone e nel lusso.

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