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Cronaca giudiziaria

Tirate subito fuori Alberto. Dovevate farlo 19 anni fa

“Uno non può scrivere la tesi e un minuto dopo uccidere così”. I pranzi assieme e quella sensazione: “Dovevate sentire come parlava di Chiara”

Alberto Stasi in aula: "Una donna mi ha minacciato su Facebook"

Non mi serve un’altra tacca sulla carcassa della Olivetti, dopo quella di Tortora. Non scrivo per dire che avevo ragione su Alberto Stasi. Lo dissi dal primo giorno su

Libero e lo ripetei sul Giornale nel dicembre 2015, quando la Cassazione gli confermò sedici anni con zero prove e zero indizi. Ma aver ragione non è servito a niente, ed è questo il punto. A che serve la ragione, se chi ha le chiavi del carcere non vuole sentirla?

Ieri la Procura di Pavia, chiudendo l’inchiesta bis su Garlasco, ha messo nero su bianco una cosa che fa tremare i polsi: i carabinieri del Ris di Parma, agli ordini del generale Luciano Garofano, sapevano fin dal settembre 2007, prima ancora del fermo, che sui pedali della bicicletta di Stasi il Dna di Chiara Poggi non c’era. Due controanalisi, due risultati: zero. Di quei fogli, negli atti, nessuna traccia. Il «materiale altamente cellulato» che divenne sangue, poi prova, poi condanna, i tecnici lo avevano già visto svanire in laboratorio.

Buon senso

Come ci ero arrivato io, che non sono un perito? Con il buon senso, l’unico strumento che i tribunali non sequestrano. Il mattino del delitto quel ragazzo scrive la tesi di laurea. La tesi, non la lista della spesa: ci vuole concentrazione. Poi, secondo l’accusa, si alza, va a rompere la testa alla fidanzata, torna a casa e si rimette a battere sulla tastiera, scrivendo cose perfettamente coerenti. Non si può contemporaneamente scrivere una tesi e trucidare una fanciulla: due attività inconciliabili. Il Gip lo capì in pochi giorni e lo scarcerò. Due giudici lo assolsero, in primo grado e in appello. Poi la Cassazione ordinò di rifare tutto, e al giro successivo arrivarono i sedici anni, tirati fuori da un cappello: le scarpe che non si erano sporcate di sangue, dunque mentiva, come se si fossero sporcate quelle del medico e dei carabinieri; i pedali forse macchiati di plasma, che lui avrebbe sostituito, circostanza che definii irreale e che da ieri risulta inesistente; le tracce sul sapone del bagno di Chiara, dove si lavava le mani da anni; il movente, cioè i siti porno, che gli costarono un processo collaterale finito in assoluzione. Cose da pazzi, scrissi. Lo confermo.

Lo conobbi anche di persona: il suo avvocato, Angelo Giarda, volle che ci vedessimo a pranzo, più di una volta. Sensazioni, per carità. Ma non mi è mai sembrato il tipo che ammazza la morosa. Ho sentito come parlava di Chiara. La stampa invece lo aveva già condannato con argomenti da bar: ha gli occhi di ghiaccio, non piange mai, vuole finire la tesi invece di buttarsi nel Ticino. Era soltanto miope. Hanno vinto le televisioni, che sui suoi pedali hanno campato di ascolti, e il popolo che pretende una condanna esemplare: sbattetelo dentro e buttate via la chiave.

Il precedente

C’è un precedente che finì diversamente. Unabomber, gli ordigni nel Nordest. Gli inquirenti cucirono l’accusa addosso a un ingegnere friulano, di cui non faccio il nome perché ha già sofferto abbastanza. La prova regina era un reperto che combaciava con un paio di forbici sequestrate in casa sua. Combaciava perché un ispettore della scientifica, poi condannato in via definitiva, lo aveva manomesso. Lo scoprì la difesa: l’avvocato Maurizio Paniz capì e bloccò il marchio d’infamia sulla fronte di un innocente prima che diventasse sentenza. Anche lì, però, lo Stato ci ha messo ventidue anni a chiudere la pratica, a maggio. A Garlasco nessuno ha fermato la macchina. I pedali sono arrivati in Cassazione, la Cassazione ci ha creduto, e chi sapeva, dice oggi la Procura, ha taciuto.

Sono furibondo, e non è un modo di dire. Un ragazzo di ventitré anni poteva essere tirato fuori dai guai in una settimana. Ci sono voluti diciannove anni perché la stessa giustizia ammettesse che il fascicolo era stato cucito su misura. Questa non è giustizia: è mestizia, mescolata a nequizia.

Non dico una parola sui possibili colpevoli. Non si è garantisti a targhe alterne: il nuovo indagato ha diritto allo stesso dubbio che fu negato a Stasi, e vale anche per i carabinieri che la Procura accusa di aver nascosto quei fogli: la presunzione di innocenza è una clausola di civiltà, insieme al diritto a una difesa che non venga calpestata come è accaduto. Non sarò io a rifare il gioco dei colpevolisti cambiando bersaglio. So due cose soltanto. La prima: Stasi poteva essere salvato subito, e qualcuno ha scelto di no. La seconda: è troppo tardi. Ha perso la giovinezza, il nome, e sta ancora versando i risarcimenti per un delitto sul quale, dicono ora le carte dell’accusa, non aveva addosso uno straccio di prova.

E poi c’è Chiara Poggi. Va lucidata la sua fotografia, che abbiamo usato da fondale per le trasmissioni. Non so dove stiano le ragazze innamorate e uccise, se in cielo o in un giardino fiorito. Credo che lei abbia sempre con sé la foto di Alberto. È l’unica prova che nessuno ha potuto manomettere.

Neanche un’ora

Lo so, la burocrazia, le forme. C’è l’istanza di revisione, la Procura generale che studia, la corte d’Appello di Brescia, i mesi, i timbri. Ma a questo punto anche un’ora in più di carcere, o di qualunque altra inibizione della libertà, è di troppo. Quest’uomo oggi è affidato ai servizi sociali: fuori dal carcere, non fuori dalla condanna. Tiratelo fuori subito. Cancellate quella sentenza, restituitegli l’onore, poi litigate quanto volete sulle procedure. Nel 2015 scrissi che non ce la prendevamo con i giudici ma con chi li rende strumenti di una giustizia acefala. Oggi la Procura ci dice anche chi le ha staccato la testa.

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