“Studiare tecnologia per produrre armi avanzate per il jihad”. Non è la frase comparsa in qualche oscuro canale della propaganda islamista, ma un passaggio contenuto in un pamphlet firmato nel 2002 anche da Farah Ahmed, oggi docente presso la facoltà di Scienze dell’educazione dell’Università di Cambridge. Un passato che torna a scuotere uno degli atenei più prestigiosi al mondo dopo il caso Jason Arday e ad alimentare nuovi interrogativi sui criteri utilizzati per selezionare il personale accademico.
Ahmed ricopre attualmente l’incarico di assistant research professor e si occupa, tra le altre cose, di educazione islamica, sviluppo dei programmi scolastici e formazione degli insegnanti. A riportare alla luce i suoi vecchi scritti è stato The Spectator, che da settimane sta dedicando una serie di inchieste ai rapporti avuti dalla docente con Hizb ut-Tahrir, organizzazione islamista inserita dal governo britannico nella lista dei gruppi terroristici nel gennaio del 2024.
Il nuovo caso riguarda un capitolo scritto da Ahmed insieme a Nazreen Nawaz, dirigente della sezione femminile di Hizb ut-Tahrir. Il testo delineava il sistema educativo che avrebbe dovuto accompagnare la nascita del Califfato islamico perseguito dal movimento. Un modello nel quale non avrebbe trovato spazio “nulla che contraddica l’Islam”, compreso l’insegnamento in termini positivi della libertà, del nazionalismo, della democrazia o dell’evoluzione.
Nessuna apertura era prevista neppure per le altre confessioni. Secondo il documento, infatti, non avrebbero potuto essere istituite scuole fondate su religioni, sette o appartenenze etniche differenti. Anche i non musulmani avrebbero dovuto ricevere un’educazione attraverso il programma islamico, venendo spinti a riflettere su quella definita dagli autori come la “corretta fede nella vita”.
Il quadro diventava ancora più netto nel passaggio dedicato all’università. Filosofia e religioni straniere, capitalismo, comunismo, socialismo, sociologia, psicologia, storia, lingue e letterature straniere avrebbero potuto essere affrontate soltanto nei livelli superiori dell’istruzione, ma con uno scopo preciso, ossia “confutare le loro idee e smascherarne la falsità”.
Poi il riferimento diretto al jihad. “La motivazione per studiare ingegneria sarebbe contribuire allo sviluppo di macchinari per il jihad”, si legge nel capitolo, come riportato da The Spectator. Lo studio dell’informatica e della tecnologia, invece, sarebbe mirato a innalzare la società islamica al di sopra delle altre e a “produrre armi avanzate per il jihad”, affinché l’Islam potesse prevalere “su tutte le altre religioni”. Parole scritte oltre vent’anni fa, ma destinate inevitabilmente a pesare sul presente della docente.
Il pamphlet conteneva inoltre un’intera sezione dedicata proprio alla formazione degli insegnanti. Ed è questo l’aspetto che rende la vicenda particolarmente delicata: Ahmed lavora oggi nella facoltà di Cambridge che studia i modelli educativi e contribuisce alla preparazione dei futuri professionisti della scuola. Il documento venne ripubblicato nel 2017, anche se il giornale precisa che la docente non ebbe alcun ruolo nella nuova edizione.
La Ahmed prese le distanze dal movimento nel 2010. In quell’occasione dichiarò di non essere più coinvolta da alcuni anni e di non condividere “tutte” le posizioni politiche di Hizb ut-Tahrir. Una formulazione che, tuttavia, non chiarisce quali idee avesse effettivamente abbandonato. Contattata dal giornale, la docente non ha risposto. Nessun commento è arrivato nemmeno da Nawaz.
Le rivelazioni si aggiungono a quelle emerse nelle scorse settimane. In un altro capitolo dello stesso documento Ahmed aveva definito l’educazione occidentale “ostile ai principi islamici”, stroncando la democrazia, l’integrazione e l’insegnamento nelle scuole britanniche contrario ai matrimoni sotto i sedici anni. Il giornale ha inoltre contestato alcuni materiali collegati a un progetto ospitato da Cambridge e diretto dalla docente: corsi nei quali Hamas verrebbe presentato come una “scusa” utilizzata da Israele per colpire Gaza, gli ostaggi civili del 7 ottobre sarebbero definiti “prigionieri di guerra” e lo Stato ebraico scomparirebbe da una mappa.
Un portavoce di Cambridge aveva replicato alle prime polemiche richiamando il proprio impegno a tutela della libertà accademica e della libertà di parola entro i limiti della legge, sottolineando il diritto della comunità universitaria a contestare idee e teorie attraverso lo studio e il confronto. Una risposta di principio che, dopo le nuove rivelazioni, rischia però di non bastare. Perché il punto non riguarda soltanto ciò che Farah Ahmed pensava nel 2002, ma se Cambridge abbia verificato fino in fondo quel passato prima di affidarle un ruolo nel cuore del proprio sistema educativo.
