Com’è già successo pochi mesi fa con le squadre di basket, e quasi un anno fa con la nazionale di calcio, ancora una volta lo sport rischia di diventare ostaggio della propaganda ideologica dei pro Pal. Alla vigilia della sfida d’andata dei playoff di Conference League tra Atalanta e Hapoel Tel Aviv, infatti, sulle pareti esterne dello stadio di Bergamo è comparsa la scritta luminosa “Boycott Israel”.
Un blitz propagandistico firmato dall’equipaggio di Terra di Bergamo della Global Sumud Flotilla, che ha rivendicato l’iniziativa definendola “un gesto di luce contro il genocidio a Gaza”. Gli attivisti si sono poi lanciati nel solito repertorio di slogan e attacchi politici: “Si può assistere a una partita di calcio, non ad un genocidio. Il boicottaggio di Israele non è più un’opzione politica tra le altre: è una necessità umanitaria, un dovere morale verso il popolo palestinese, che sta pagando con la vita il silenzio e la complicità internazionale”.
Secondo il gruppo, “ogni partita di calcio favorisce la normalizzazione della violenza, ogni accordo commerciale è complicità”. Da qui la raffica di pretese ideologiche: la cancellazione del memorandum d’intesa tra Italia e Israele sulla cooperazione militare, la limitazione degli accordi commerciali, la richiesta alla Uefa di “sospendere le squadre israeliane dalle competizioni sportive” e persino il pressing sulle aziende bergamasche affinché scelgano “un’economia di pace, non di guerra” interrompendo ogni rapporto con Israele. Un’iniziativa che strumentalizza un evento sportivo di rilevanza internazionale per far passare tesi di parte. Invece di mantenere il calcio uno spazio di aggregazione e neutralità, i soliti gruppi dell’antagonismo continuano a soffiare sul fuoco del risentimento, trasformando una serata di sport in una piattaforma per campagne d’odio.
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