Quando l’omofobia arriva da chi una certa narrazione progressista è abituata a raccontare soprattutto come vittima, il discorso si complica. Perché a Ceuta stanno entrando in collisione due battaglie che - almeno sulla carta - dovrebbero convivere senza difficoltà: la tutela dei migranti e quella dei diritti della comunità Lgbt.
A raccontare il cortocircuito sono proprio gay e lesbiche della città autonoma spagnola. Rocío e Jennifer, per esempio, hanno smesso di portare a spasso i cani tenendosi per mano. Prima non avevano mai avuto paura di mostrarsi come una coppia. Ora evitano alcune zone e preferiscono frequentare luoghi affollati. Andrés Sánchez racconta invece di aver sentito gruppi di giovani migranti utilizzare insulti omofobi contro persone appartenenti al mondo arcobaleno. Altri parlano di risate, sguardi intimidatori e atteggiamenti che negli ultimi mesi avrebbero modificato persino le loro abitudini quotidiane.
C’è chi ha smesso perfino di usare Grindr, temendo di finire in una trappola. Il giornale locale El Pueblo de Ceuta raccoglie testimonianze secondo cui alcuni incontri organizzati attraverso profili anonimi sarebbero terminati con aggressioni e rapine, episodi che le vittime non avrebbero denunciato per vergogna.
Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato. Molti dei migranti rimasti a Ceuta provengono dal Marocco, dove i rapporti tra persone dello stesso sesso continuano a essere criminalizzati e possono essere puniti con pene fino a tre anni di carcere.
Il paradosso è evidente nelle stesse testimonianze raccolte a Ceuta: da un lato ci sono migranti marocchini che dichiarano di essere fuggiti proprio perché omosessuali, dall’altro alcuni residenti Lgbt denunciano atteggiamenti ostili da parte di altri giovani arrivati dallo stesso Paese. Qualcuno – comprensibilmente – sospetta che l’orientamento sessuale venga talvolta utilizzato strumentalmente nelle richieste di protezione.
Ma il problema politico resta. Il caso di Ceuta mostra quanto diventi difficile discutere di integrazione e differenze culturali quando entrano in gioco diritti che l’Europa considera acquisiti. Difendere chi arriva e difendere chi vuole camminare per strada con il proprio compagno non sono principi incompatibili. È quando si evita di affrontare l’eventuale conflitto tra i due che nasce il cortocircuito.
La frase più efficace arriva infatti da uno dei protagonisti della vicenda: “Convivere non significa rinunciare ai nostri diritti né alla nostra libertà”. Ed è probabilmente da qui che dovrebbe partire qualsiasi discussione seria su Ceuta: solidarietà verso chi ha bisogno di protezione, senza che questo significhi mettere tra parentesi le libertà di chi quella città la vive ogni giorno.
