Il woke è morto? Non proprio. Nelle università americane più che scomparire sembra aver imparato a mimetizzarsi. Via le parole diventate politicamente indigeste come “diversity” ed “equity”, dentro formule molto più innocue come “community”, “well-being”, “culture” e perfino “thriving”. Cambia la targhetta sulla porta, insomma. Molto meno quello che c’è dietro.
A raccontare il curioso gioco di prestigio è un’analisi dell’Economist sugli effetti della stretta repubblicana contro i programmi Diversity, Equity and Inclusion negli atenei pubblici americani. Dal 2023 i legislatori statali hanno presentato oltre 150 proposte contro le strutture DEI e 34 provvedimenti in 19 Stati sono diventati legge. Donald Trump ha poi aumentato la pressione, definendo questi programmi “radicali”, “dispendiosi” e “anti-americani” e minacciando tagli ai finanziamenti federali per le università che continueranno a sostenerli.
La risposta dei campus, però, in molti casi è stata creativa. La George Washington University ha trasformato il suo Office for Diversity, Equity and Community Engagement nell’Office of Community, Culture and Inclusion. L’Università dell’Illinois Urbana-Champaign ha invece mandato in pensione il proprio Office for Diversity, Equity and Inclusion per farlo rinascere come Office for Access, Civil Rights and Community. Una cura dimagrante, almeno nel lessico. Molto meno nei numeri.
Secondo i dati raccolti dall’Economist, infatti, diverse università hanno cancellato dalle denominazioni ogni riferimento esplicito al DEI lasciando però al loro posto buona parte dei dipendenti. Alla Ohio State University, prima dell’entrata in vigore del divieto statale nel 2025, oltre 150 persone lavoravano in posizioni legate alla diversity, per un costo annuale di circa 11,2 milioni di dollari. Dopo la riorganizzazione, titoli e dipartimenti DEI sono praticamente spariti. Eppure quasi quattro dipendenti su cinque sono rimasti a libro paga. Risultato: la spesa è scesa appena del 14 per cento.
Ancora più evidente il caso del sistema universitario della North Carolina. Sessantanove addetti DEI hanno visto modificare titoli o dipartimenti, ma il numero complessivo dei dipendenti è rimasto quasi invariato e gli stipendi sono diminuiti soltanto del 5 per cento. Anche qui il vocabolario ha fatto miracoli: un dipendente è passato dall’“inclusive excellence” al “well-being”, mentre un altro ha sostituito “equity and inclusion” con il molto più rassicurante “student health, well-being and thriving”. Una specie di gioco delle tre carte accademico.
Sono gli stessi protagonisti ad ammetterlo. Jerry Cirino, promotore della legge dell’Ohio che vieta i programmi DEI negli atenei pubblici, osserva che in alcuni casi “la pratica continua, la chiamano soltanto in un altro modo”. Dall’altra parte Emelyn A. dela Peña, presidente della National Association of Diversity Officers in Higher Education, riconosce che alcune istituzioni hanno modificato il linguaggio pubblico mentre “il lavoro sottostante è molto simile”.
Ed è qui che la ritirata del woke assume contorni piuttosto singolari. Dopo anni trascorsi a costruire costose burocrazie dedicate a diversity, corsi sui pregiudizi inconsci, “inclusive teaching” e politiche identitarie, diversi atenei sembrano aver trovato la soluzione più semplice alla controffensiva politica: non cambiare ciò che fanno, ma cambiare il nome con cui lo fanno.
I legislatori repubblicani se ne sono accorti. In Ohio la legge vieta espressamente di ribattezzare uffici o incarichi che continuino a svolgere funzioni analoghe a quelle dei vecchi programmi iper-progressisti. Il Texas ha istituito un garante con il potere di indagare sulle violazioni e proporre il blocco dei finanziamenti. Altri Stati stanno studiando norme ancora più stringenti.
Perché il problema, a questo punto, non sembra più soltanto eliminare tre lettere da una porta. È capire cosa accada nella stanza dopo averle tolte. E nelle università americane il woke, messo alle strette, pare aver scoperto una nuova virtù: quella dell’eufemismo.
