A Hollywood il problema, ormai, non sembra più soltanto quanti ruoli vengano affidati agli attori neri. Ma anche quali ruoli possano interpretare. A raccontarlo è Paul Schrader, che ha spiegato perché il suo “Three Guns At Dawn” sia rimasto per anni nel cassetto: secondo il regista, nessun attore afroamericano voleva partecipare a un film in cui i principali personaggi neri erano criminali.
La storia, raccontata dal celebre autore a The Playlist, è un piccolo cortocircuito del dibattito woke sulla rappresentazione che da anni attraversa Hollywood. Il film era stato pensato come un noir ambientato a South Central, Los Angeles, e ruotava attorno a tre fratelli neri: un poliziotto corrotto, uno spacciatore e un altro criminale. Tre personaggi negativi, senza contrappesi edificanti. “Abbiamo proposto il progetto agli attori, ma nessun attore nero voleva recitare in un film in cui non ci sono personaggi neri buoni”, ha raccontato Schrader. Da lì, secondo la sua ricostruzione, il progetto si sarebbe praticamente fermato.
È qui che la vicenda diventa interessante. Per anni l’industria cinematografica americana è stata accusata di concedere troppo poco spazio alle minoranze e di relegarle in ruoli stereotipati. Poi è arrivata la stagione della “rappresentazione positiva”: maggiore attenzione al modo in cui neri, donne, persone Lgbt e altre minoranze vengono raccontate sullo schermo, con la crescente pressione a evitare personaggi considerati degradanti o capaci di rafforzare pregiudizi.
Nel caso raccontato da Schrader, però, il meccanismo sembra essersi spinto fino al suo paradosso: tre attori neri per tre protagonisti neri ci sarebbero stati, ma il problema sarebbe diventato il fatto che fossero tutti cattivi. Non una questione di presenza, insomma, ma di rappresentazione. E il noir - genere che per definizione vive di personaggi corrotti, criminali e moralmente ambigui - si sarebbe scontrato con la necessità di offrire anche un’immagine “positiva”.
Schrader, dal canto suo, non ha voluto modificare la storia. Non ha aggiunto un personaggio virtuoso per riequilibrare il quadro e non ha cambiato l’identità dei protagonisti. Ha semplicemente aspettato. Poi è arrivata l’intelligenza artificiale, che gli ha offerto una via d’uscita: il regista vuole ora realizzare il film attraverso interpreti generati artificialmente.
L’AI, però, è quasi il punto d’arrivo di una vicenda che nasce altrove. Nel rapporto sempre più complicato tra libertà narrativa e rappresentazione identitaria. Perché il caso solleva una domanda elementare: se un autore sceglie di raccontare tre criminali neri, deve necessariamente affiancare loro un personaggio nero “buono” per evitare lo stereotipo?
Schrader sembra aver già dato la sua risposta. A ottant’anni, lo sceneggiatore di Taxi Driver non pare intenzionato a modificare una storia per renderla più rassicurante. E così Hollywood si ritrova davanti a uno dei suoi cortocircuiti più singolari: dopo anni di battaglie per ottenere più ruoli per gli attori neri, adesso il problema può diventare persino interpretare il nero sbagliato.
