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Kim Jong Un fa fuori un altro generale: la purga che terrorizza i vertici dell’esercito

Pak Hui Chol è stato rimosso con l’accusa di corruzione e abuso di potere. Un avvertimento ai militari: nessun centro di potere autonomo sarà tollerato

Kim Jong Un fa fuori un altro generale: la purga che terrorizza i vertici dell’esercito
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Kim Jong Un ha lanciato un segnale fortissimo ai vertici dell’esercito nordcoreano: nessun generale è intoccabile. La riprova sta nella rimozione del maggior generale Pak Hui Chol, accusato di corruzione e abuso di potere, una decisione inaspettata e resa pubblica con una forza insolita per Pyongyang. Ecco che cosa sta succedendo in Corea del Nord.

La strana mossa di Kim

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la decisione di esporre pubblicamente il caso rappresenta un avvertimento diretto di Kim alla leadership militare, sempre più coinvolta nella gestione delle attività economiche dello Stato. Pak Hui Chol, fino a poco tempo fa vice direttore per gli affari organizzativi dell’Ufficio politico generale dell’Esercito popolare coreano, sarebbe stato al centro di un sistema basato sulla vendita di promozioni, sulle tangenti e sulla creazione di una rete personale di fedelissimi all’interno delle strutture militari.

Kim lo ha definito il “capo della corruzione”, accusandolo di aver trasformato il proprio ruolo in uno strumento di arricchimento personale e di potere. La vicenda arriva in un momento delicato per il rapporto tra il leader nordcoreano e i generali. L’esercito, da sempre pilastro del governo, negli ultimi anni ha ampliato il proprio ruolo ben oltre la difesa dei confini e lo sviluppo del programma nucleare.

Le forze armate partecipano infatti alla costruzione di infrastrutture, alla gestione di risorse minerarie e a numerosi progetti economici nazionali. Questo aumento delle responsabilità ha portato anche maggiore accesso a denaro, risorse e reti di influenza, creando nuove opportunità per pratiche corruttive.

La stretta sull’esercito

La pubblicità data alla punizione di Pak ricorda, per modalità e obiettivi politici, la campagna contro Jang Song Thaek, il famoso zio di Kim rimosso nel 2013 dopo essere stato accusato di tradimento. Le accuse questa volta sono diverse, ma il messaggio è simile: chiunque costruisca un potere autonomo all’interno dello Stato rischia di diventare una minaccia per il sistema.

Gli analisti interpretano la purga come un tentativo di rafforzare il principio secondo cui l’esercito resta subordinato al Partito dei lavoratori coreano. La corruzione viene così descritta non soltanto come un problema amministrativo, ma come un attacco diretto all’autorità del leader. Kim vuole dimostrare ai militari che il controllo finale sulle nomine, sulle risorse e sulle decisioni strategiche rimane nelle proprie mani.

Attenzione però, perché la campagna ha anche una dimensione interna: in un Paese segnato da difficoltà economiche e carenze di beni essenziali, individuare singoli funzionari corrotti permette al governo di spostare la rabbia popolare verso figure considerate responsabili degli abusi, evitando che il malcontento si trasformi in una critica più ampia al sistema.

Dietro questa specie di “rivoluzione militare” innescata da Kim si racchiude insomma una nuova fase della gestione del potere, in cui il leader cerca di impedire che

l’apparato militare accumuli un’influenza autonoma. Il messaggio è chiaro: l’esercito può avere un ruolo centrale nello Stato, ma il potere resta concentrato nelle mani del leader e del Partito.

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