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Cronaca internazionale

L’enclave occupata è una polveriera. I medici locali: catastrofe sanitaria

Febbri, scabbia e infezioni respiratorie: ospedali in ginocchio e il disastro ora è anche economico

L'invasione Ceuta, exclave spagnola in Marocco, potrebbe essere presa d'assalto a Ferragosto, quando è annunciata una seconda ondata di migranti Problemi sanitari in aumento

Bisogna camminare lungo la scogliera del Tarajal, dove il soffio del Levante si morde con la polvere del Marocco, per capire che il confine meridionale dell’Europa non è più una linea di demarcazione politica. È una trincea d’emergenza a cielo aperto. Diciotto chilometri quadrati di exclave battuti dal vento dove l’orrore dei numeri non riesce più a stare dentro i bollettini ufficiali. L’ultimo esodo migratorio ha travolto Ceuta come un’onda d’urto. Il bilancio umano nelle acque dello Stretto è spaventoso: le agenzie internazionali e i colleghi spagnoli contano già tra i 60 e i 71 corpi ripescati nelle secche o stroncati dall’ipotermia, mentre decine di disperati mancano ancora all’appello. Ma l’incubo continua a terra. In questo lembo di Spagna incastrato nel Nord Africa ondeggia una marea umana che oscilla tra i 1.700 e i 2.500 migranti irregolari. Sono stipati in accampamenti di fortuna, stazioni di servizio e centri d’accoglienza ormai saturi che minacciano di esplodere da un momento all’altro. L’unico presidio di prima linea, l’Hospital Universitario, è al collasso operativo. Dalle corsie dell’assalto quotidiano, il Colegio Oficial de Médicos parla apertamente di «catastrofe sanitaria». I numeri del Pronto Soccorso sono da bollettino di guerra: le urgenze sono schizzate da 150 ad oltre 500 al giorno, superando quota 2.000 interventi in condizioni di sfinimento logistico. L’Ingesa (Instituto Nacional de Gestión Sanitaria), l’organismo incaricato di gestire il sistema sanitario pubblico nelle due città autonome di Ceuta e Melilla, ha attivato il protocollo d’emergenza: niente ferie, turni raddoppiati e medici precettati. Tra le tende da campo calate sul cemento rovente fa ora paura l’emergenza infettiva. I sanitari combattono già con i primi focolai di diarrea acuta, gastroenterite e febbri alte, causati dai servizi igienici azzerati e dall’acqua fornita col contagocce, a cui si aggiungono scabbia e infezioni respiratorie. A questa tragedia in mare e nei reparti fa da riscontro una voragine economica devastante. La Camera di Commercio di Ceuta ha quantificato le perdite per il tessuto locale in 27,7 milioni di euro in un solo mese. Tradotto: il 17,3% dell’intero PIL mensile dell’exclave andato in fumo per la paralisi dei commerci transfrontalieri e il crollo del turismo.

Un dissanguamento che si somma alle spese vive d’emergenza che pesano sulle casse statali: centinaia di migliaia di euro al giorno per farmaci, materiale chirurgico e straordinari del personale, a cui s’aggiungono dai 40 ai 90 euro al giorno a persona per vitto e alloggio dei migranti in attesa di identificazione. Senza contare i costi enormi per mantenere sul campo i reparti di Guardia Civil, Policía Nacional e i blindati dell’Esercito. Per fronteggiare l’emergenza, il Ministero della Difesa ha blindato la fortezza africana, affiancando un contingente straordinario di oltre 2.000 militari alle forze già di stanza nell’exclave. Una presenza imponente che porta la pressione di stivali sul terreno a livelli mai visti in tempi di pace: ai circa 3.000 soldati della Comandancia General di Ceuta tra cui spiccano i reparti storici della Legion e dei Regulares si aggiungono centinaia di agenti della Guardia Civil e unità antisommossa inviate in tutta fretta da Madrid. Con quasi 5.000 uomini in divisa schierati su appena diciotto chilometri quadrati, la città somiglia sempre più a un presidio militarizzato in stato d’assedio permanente, dove il passo cadenzato delle pattuglie scandisce le ore lungo i reticolati d’acciaio. In questo quadro, i cittadini vedono i propri servizi di base paralizzati, con liste d’attesa sanitarie già cresciute del 13% prima della crisi.

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