Un uomo, una scacchiera e un’ossessione. Quello di Aleksandr Pichushkin è considerato uno dei nomi più inquietanti della cronaca russa. Ha vissuto in maniera apparentemente normale, ma dietro quell’apparenza si è nascosto un disegno “grandioso”: ogni azione, ogni scelta, parte di un piano che sfiorava l’ossessione geometrica e la fredda logica del gioco. Con la sua presenza silenziosa nei parchi e l’aria comune di un uomo qualunque, Pichushkin ha incarnato un mistero che mescolava intelletto, ossessione e terrore, diventando leggenda nera di una Mosca che osserva senza vedere.
Infanzia e adolescenza
Alexander Pichushkin nasce a Mosca il 9 aprile 1974. Le informazioni sulla sua infanzia e adolescenza sono scarse. Trascorre infatti diversi anni in una struttura per la salute mentale, circostanza che rende frammentaria la ricostruzione dei suoi primi anni di vita. I primi elementi documentati emergono nel 1992, quando frequenta una scuola e stringe amicizia con un coetaneo, Michail Odijčuk. I due discutono dell’idea di compiere un omicidio, ma Odijčuk si tira indietro all’ultimo momento. Pichushkin, temendo una possibile denuncia, lo uccide. Si tratta del suo primo delitto accertato. Dopo l’omicidio, trova lavoro come magazziniere in un supermercato e conduce per anni una vita apparentemente ordinaria, senza essere mai sospettato per quanto accaduto.
La nuova fase criminale
Nel 2002 inizia una nuova fase criminale. Secondo quanto dichiarerà in seguito, Pichushkin agisce seguendo un piano che definisce “grandioso”: associare ogni omicidio a una casella di una scacchiera personale, segnandola con una croce, fino a completare tutte le 64 caselle. Tutti i delitti vengono commessi nel parco di Biza, nel quartiere Bitcevskij, alle porte di Mosca. Le vittime vengono avvicinate con pretesti diversi, come l’offerta di un sorso di vodka o la richiesta di conforto per la morte di un cane. Una volta guadagnata la loro fiducia, Pichushkin le uccide colpendole alla testa, generalmente con una bottiglia o un martello, spesso alle spalle per evitare di sporcarsi di sangue e coglierle di sorpresa. In alcuni casi provoca la caduta della vittima nelle fognature del parco, dove muore a causa dell’impatto. I corpi vengono gettati negli scarichi sotterranei e non vengono recuperati per anni. Nonostante la frequenza delle sparizioni, Pichushkin continua a frequentare abitualmente il parco senza mai essere fermato o indagato.
La rinuncia al progetto
Nel 2006 l’attenzione delle autorità si concentra su una donna transessuale, arrestata con l’accusa di essere coinvolta in alcune sparizioni avvenute nella stessa area; nella sua borsa viene trovato un martello. Pichushkin reagisce con irritazione all’idea che i delitti vengano attribuiti a un’altra persona e decide di esporsi deliberatamente, rinunciando al progetto delle 64 vittime. Il 14 giugno invita a cena una collega, Marina Moskalëva. Prima di uscire, si assicura che la donna informi il figlio del suo appuntamento. La conduce poi nel parco di Biza, dove la uccide a martellate, lasciando il corpo visibile. Il giorno seguente il figlio denuncia la scomparsa della madre e la polizia rinviene rapidamente il cadavere.
L'arresto
Il 16 giugno Pichushkin viene individuato dagli agenti e, durante l’intervento, minaccia il suicidio, rendendo complesso il suo arresto. Viene infine fermato e interrogato dall’ispettore Iskandar Glimov. Durante una lunga confessione, trasmessa anche in televisione, Pichushkin dichiara di essere l’autore degli omicidi nel parco di Biza. Fornisce dettagli sul metodo, sul movente, sui luoghi di occultamento dei corpi e sul delitto del 1992. Le verifiche della polizia portano al ritrovamento di 48 cadaveri nelle fognature del parco, tutti uccisi con modalità simili. Con l’omicidio di Odijčuk, le vittime accertate risultano 49, mentre Pichushkin afferma di aver ucciso 61 o 62 persone.
Il processo e la sentenza
Ritenuto capace di intendere e di volere, viene processato davanti a una corte russa. L’accusa chiede l’ergastolo, mentre la difesa, rappresentata dall’avvocato Pavel Ivannikov, propone una pena detentiva di 25 anni. La pena capitale non è applicabile a causa della moratoria vigente in Russia. Durante il processo Pichushkin assiste alle udienze all’interno di una gabbia di vetro.
Il 29 ottobre 2007 il tribunale emette la sentenza: in meno di tre ore il giudice Vladimir Usov lo dichiara colpevole di 48 omicidi — una delle vittime rinvenute risulta infatti sopravvissuta — e lo condanna all’ergastolo, respingendo le richieste dei familiari delle vittime che sollecitano la pena di morte.