I principali produttori di birra del Giappone sono finiti al centro di una spinosa indagine. Le autorità hanno perquisito le sedi dei quattro maggiori big del Paese. Il motivo? C’è il sospetto che si siano coordinati tra loro per aumentare i prezzi. Gli stessi brand, da Asahi a Sapporo, sono i protagonisti di un settore che muove migliaia di miliardi di yen ma che è scosso da costi crescenti e consumi in calo. Per questo i colossi nipponici, accusati di aver costruito un “cartello” in patria, hanno iniziato a cercare nuovi clienti anche fuori dai confini nazionali, in una sfida che si è fatta globale.
L’indagine sul “cartello della birra”
Cosa sta succedendo in Giappone? La Japan Fair Trade Commission ha avviato accertamenti su Asahi Breweries, Kirin Brewery, Suntory e Sapporo Breweries, che insieme controllano oltre il 90% del mercato domestico. L’ipotesi è che i quattro gruppi abbiano violato la normativa antimonopolio, coordinando per un periodo prolungato tempi e dimensioni dei rincari applicati ai grossisti.
Le verifiche riguardano in particolare gli aumenti dell’ottobre 2022 e dell’aprile 2025, giustificati dalle aziende con il rialzo dei costi delle materie prime e della distribuzione. Secondo i media giapponesi responsabili commerciali e dirigenti avrebbero discusso gli aumenti anche in incontri riservati. La commissione non ha divulgato dettagli sull’indagine e le società coinvolte hanno dichiarato che collaboreranno con gli investigatori.
Un mercato sotto pressione
La questione è particolarmente delicata perché gli eventuali accordi, in attesa di capire cosa emergerà dalle indagini, avrebbero potuto ripercuotersi sui prezzi pagati dai consumatori nei supermercati, nei minimarket e nei locali.
Il mercato giapponese della birra, inoltre, è già sotto pressione: l’invecchiamento della popolazione, il calo demografico e il cambiamento delle abitudini delle generazioni più giovani riducono gli spazi di crescita. Eppure, nel 2024, le vendite di bevande alcoliche in Giappone hanno raggiunto circa 3.800 miliardi di yen, equivalenti a 24,3 miliardi di dollari, con la birra responsabile del 30% del totale.
La notizia delle perquisizioni ha pesato anche in Borsa: come ha sottolineato Reuters i titoli dei principali produttori hanno perso terreno, con Sapporo in calo fino al 3,73%. L’inchiesta potrebbe avere ulteriori conseguenze, anche sul piano penale, qualora emergessero prove sufficienti.
La strategia di Sapporo
La risposta industriale alla stagnazione interna passa soprattutto dall’estero. Sapporo ha scelto di rafforzarsi nel Sud-est asiatico attraverso un’alleanza con la danese Carlsberg, annunciata nel luglio 2026. L’accordo prevede un investimento di circa 643 milioni di dollari per ottenere il 25% di una joint venture con sede a Singapore, destinata a sostenere le vendite in mercati come Vietnam, Cambogia e Laos, oltre a Singapore, Malesia e Hong Kong.
I mercati della birra del Sud-est asiatico e di Hong Kong potrebbero crescere a un ritmo annuo vicino al 5%, e Sapporo punta a moltiplicare per dieci entro il 2035 i volumi internazionali del marchio Sapporo Premium rispetto al 2025. Per finanziare la crescita, il gruppo ha inoltre deciso di cedere le attività immobiliari, destinando parte dei proventi a investimenti e acquisizioni nel settore delle bevande.
La risposta di Asahi
Anche Asahi, un altro colosso particolarmente dinamico, punta a conquistare nuovi consumatori, ma attraverso una strategia che combina acquisizioni e produzione locale. Nel 2024 il gruppo ha annunciato di voler quadruplicare entro il 2030 le vendite estere della sua Super Dry, allora pari a circa due milioni di ettolitri.
L’acquisizione del produttore statunitense Octopi Brewing permette di fabbricare la birra direttamente negli Stati Uniti, riducendo la dipendenza dalle importazioni dagli stabilimenti europei. Il gruppo guarda inoltre a possibili acquisizioni in Africa, Asia e Sud America.
La posta in gioco è alta per tutte le aziende sopra citate. Come detto, il mercato interno giapponese si sta restringendo mentre la crescita internazionale richiede capitali e capacità di adattamento. Per i giganti della birra nipponica, insomma, la sfida è doppia. Da un lato devono difendere la redditività in patria, dall’altra sono chiamati a conquistare nuovi spazi all’estero. L’indagine antitrust si è però materializzata come un fulmine a ciel sereno e potrebbe rivoluzionare strategie e mosse.
