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Cronaca internazionale

Scala il Kilimangiaro senza avere le gambe

In Tanzania, nel giugno 2012, il canadese Spencer West ha raggiunto i 5.895 metri in sette giorni, per l’80% del percorso a forza di braccia. Una storia vera che interroga tutti su chi decida il confine del possibile

Spencer sorridente dopo l’impresa

Ci sono storie che si è tentati di consegnare al repertorio dell’edificante, di archiviare sotto la voce «miracoli individuali», per poi tornare alle nostre faccende con la coscienza un po’ più leggera. Quella di Spencer West merita di sfuggire a questo destino. Il suo Kilimangiaro, salito nel giugno 2012 in sette giorni a forza di braccia, non racconta soltanto un’impresa apparentemente impossibile: interroga tutti noi su ciò che chiamiamo normale, sui limiti che apponiamo al campo del possibile.

I fatti, dunque. West, di Toronto, è nato con un’agenesia sacrale, una malformazione della colonna vertebrale che gli ha reso le gambe inservibili e ne ha imposto l’amputazione quando era ancora un bambino. I medici gli dicono, con la brutalità dei verdetti senza appello, che non avrebbe mai camminato. Lui ha imparato a farlo diversamente, sulle mani. Ha fatto il cheerleader, ha recitato a scuola, ha contribuito a costruire scuole in Kenya ed è pure diventato un oratore itinerante. Poi, a trentun anni - nel giugno del 2012 - ha deciso di salire sul tetto d’Africa, la cima più alta del continente: giungla, nevai, deserti d’alta quota e notti a cinque gradi sotto zero.

Per l’ottanta per cento del cammino ha usato le mani, protette da guanti che si logoravano. Solo dove il terreno lo consentiva è salito su una carrozzina costruita su misura. Nessuna scorciatoia tecnologica: la fatica nuda, la pietra vulcanica, l’aria che si assottiglia e presenta il conto. Il mal di montagna, che ogni anno ferma e talvolta uccide chi tenta la salita, ha colpito due dei suoi compagni. West ha confessato che in quel momento, e solo in quello, ha desiderato di avere le gambe. Non per sé, ma per caricarsi sulle spalle gli amici. Con un’umiltà quasi spiazzante ha rovesciato l’immagine del disabile da soccorrere: il più fragile della cordata era quello che avrebbe voluto prestare soccorso.

Sarebbe facile fermarsi alla commozione, e sarebbe sbagliato. Questa non è una favola consolatoria sulla forza di volontà, quella retorica che scarica sul singolo l’onere di superare ostacoli costruiti in gran parte dagli altri: i marciapiedi, le scale senza rampa, i pregiudizi, i colloqui di lavoro che finiscono prima di cominciare. La lezione è più scomoda. Il limite, il più delle volte, non abita nel corpo ma nello sguardo di chi lo misura. A West avevano detto che non avrebbe mai camminato, e lui ha scalato una montagna altissima. Il verdetto era sbagliato non perché lui sia un eroe, ma perché presumeva di conoscere i confini dell’umano.

L’impresa, peraltro, aveva uno scopo che la sottrae al narcisismo del primato: raccogliere fondi, oltre mezzo milione di dollari, per Free The Children e le comunità africane che sostiene. Salire per dare, non per prendersi un trofeo. In tempi di vette esibite sui social non è una distinzione da poco.

«Ciò che è possibile per me è stato ridefinito», ha detto dalla cima. Un’indicazione che vale per tutti i campi della vita e che dovremmo probabilmente interiorizzare. Osservando l’esempio di un ragazzo che ha sovvertito i pronostici.

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