Spiagge da sogno, acque cristalline, fondali marini spettacolari e tramonti imperdibili. A prima vista Koh Tao sembra un’isola tropicale paradisiaca pensata appositamente per chiunque voglia ricaricare le batterie dopo un’annata lavorativa piena di stress. Basta fare un giro sui social per confermare le prime impressioni e accorgersi di quanto sia diventata virale tra giovani e giovanissimi nell’era degli algoritmi. Eppure, fino a qualche anno fa, quest’isola thailandese era stata soprannominata in un modo non proprio allettante: The Death Island. Colpa di una decina di turisti morti in circostanze misteriose, o quanto meno sospette, dal 2014 a oggi. Un po’ troppi considerando che stiamo parlando di una specie di montagna galleggiante incastonata nel Golfo di Thailandia di appena 21 chilometri quadrati e un migliaio di abitanti.
Edonismo tropicale
Arrivarci non è semplicissimo. Da Bangkok, capitale e cuore pulsante della Thailandia, serve un volo interno di poco più di un’ora per raggiungere l’isola di Koh Samui. Poi bisogna per forza “cavalcare” onde e correnti per circa un’ora e mezza in una traversata in traghetto non proprio consigliabile. Se non vi spaventa la logistica resta comunque da superare l’ultimo ostacolo: la vecchia fama sinistra di Koh Tao, ribattezzata dai tabloid inglesi come isola della morte o, in maniera più fine, isola dei misteri.
A distanza di quasi un decennio dagli ultimi decessi che hanno attirato l’attenzione internazionale, non si nota niente di strano. Qui arrivano 700mila turisti all’anno. E alla fine del 2026 potrebbero addirittura diventare 800mila con un giro d’affari di 10 miliardi di bath (oltre 260 milioni di euro). Nessuno parla più di omicidi o strani decessi. Di giorno i motorini sfrecciano sul cemento per spostarsi tra le più belle spiagge dell’isola, da Sharks Bay ad Ao Leuk. Di notte raggiungono i principali hotspot di Mae Haad e Sairee.
Quando calano le luci gli amanti della nightlife si ritrovano proprio a Sairee, epicentro isolano degli eccessi, tra musica assordante, locali luminosi in successione, fiumi di alcol e signorine in cerca di affari. Quasi ogni sera c’è qualcuno che esagera. Non è un caso che nelle stradine che delimitano il mini quartiere si contino svariate cliniche private, tanto sonnolente al mattino quanto molto affollate dal secondo pomeriggio in poi. È il frutto dell’edonismo tropicale che caratterizza Koh Tao. E per certi versi alla gente del posto va bene così, almeno finché gli affari vanno a gonfie vele.
“L’isola della morte”
Il trait d’union tra il presente e il passato è proprio l’edonismo di Sairee. Molti si spingono al limite, esagerano, perdono il senso della misura. Chi lavora al 7-Eleven sulla strada principale di Sairee Village sa cosa significhi avere a che fare con orde di ubriachi fuori controllo.
Lo sanno bene anche gli inquirenti che, tra il 2014 e il 2018, si sono ritrovati a indagare su decessi di insospettabili turisti stranieri. Tutto è iniziato 12 anni fa, quando i viaggiatori britannici Hannah Witheridge, 23 anni, e David Miller, 24, sono stati ritrovati sulla spiaggia di Sairee nelle prime ore del 15 settembre. Colpa di un malintenzionato ubriaco? Le indagini hanno incastrato due lavoratori migranti birmani, Zaw Lin e Wai Phyo, che hanno ammesso di aver ucciso la coppia. Peccato che il loro avvocato abbia a lungo sostenuto che i due fossero stati costretti a confessare in prigione.
In ogni caso gli unici omicidi accertati sono questi. Le altre morti, come spiegano le persone del posto, sarebbero state causate da incidenti, dall’edonismo di Sairee appunto o suicidi. “Ci sono troppe teorie del complotto”, taglia corto un ristoratore di Mae Haad, di fronte al molo. Eppure, tornando indietro nel tempo, due mesi dopo le morti di Witheridge e Miller, il cittadino svizzero Hans Peter Suter, di 44 anni, è stato trovato morto sulla spiaggia di Talay Ngam. Le autorità hanno parlato di annegamento accidentale, nonostante i familiari della vittima sostenessero che l’uomo fosse un nuotatore esperto.
Quei decessi sospetti
Dicembre 2014. L’elenco delle morti misteriose continua con quella dell’inglese Nick Pearson. Il suo corpo è stato ritrovato in mare al largo di Koh Tao. La polizia lo ha subito bollato come un incidente, un volo da una scogliera alta 15 metri con conseguente annegamento, mentre i medici britannici hanno parlato di lesioni alla testa, agli arti e al viso, possibili segnali di un’aggressione. Un mese più tardi è toccato alla 23enne Christina Annesley, un’altra inglese, ufficialmente morta per overdose dopo aver assunto farmaci per un’infezione polmonare insieme all’alcol.
Nel gennaio 2015 Dmitri Povse è stato trovato morto nella sua camera d’albergo con le mani legate dietro la schiena. La polizia thailandese ha archiviato il caso come suicidio, sebbene rimanessero dei dubbi su come avesse potuto legarsi le mani prima di morire. Due anni più tardi anche la morte Elise Dallemagne, una 30enne backpacker, è stata classificata come suicidio dalle autorità locali. La ragazza è stata ritrovata impiccata nella foresta con il corpo sfigurato dai varani. La polizia ha prima puntato il dito contro il guru di un ashram indiano di cui la giovane faceva parte, salvo poi parlare di suicidio (un’ipotesi che la madre della vittima ha escluso).
Tra gli altri stranieri deceduti a Koh Tao negli ultimi anni figurano il britannico Luke Miller, annegato in una piscina nel 2016, e il tedesco Bernd Grotsch, di 47 anni, trovato morto nella sua abitazione sull’isola nel 2018. Sempre nel 2018 il moldavo Alexandr Bucspun è annegato dopo una nuotata notturna, mentre l’istruttore subacqueo britannico Neil Giblin è stato trovato morto in un bungalow nel 2023.
Il passato è passato
Oggi della fama sinistra di Koh Tao resta poco o nulla. La maggior parte dei turisti arriva sull’isola senza conoscere i casi che per anni hanno alimentato il soprannome di “Death Island”. È anche il risultato di una macchina turistica che ha tutto l’interesse a lasciarsi alle spalle le pagine più scomode della storia locale. Le autorità thailandesi continuano infatti a considerare l’isola una delle loro galline dalle uova d’oro e nessuno sembra avere interesse a riaprire vecchie ferite.
Eppure, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, potenti famiglie locali, proprietarie di attività legate a immersioni, resort e locali, avrebbero esercitato una forte influenza sull’economia di Koh Tao, arrivando persino a godere della protezione o della connivenza di esponenti delle forze dell’ordine e della politica. Ipotesi mai dimostrate in relazione alle suddette morti e che le autorità hanno sempre respinto.
I racconti sui decessi misteriose sono diventati quasi folklore e l’isola è entrata a pieno titolo nell’industria globale dei viaggi grazie a snorkeling e tartarughe. Per chi arriva dalla terraferma Koh Tao è semplicemente un piccolo paradiso tropicale dove fare festa, bere fino a tardi e tuffarsi in un mare da sogno.
