Di certo ha ragione il ministro della Difesa Guido Crosetto quando anche ieri mattina, intervenendo al secondo forum Defence Procurement, ha affermato che anche in Italia siamo nel pieno di una guerra ibrida e cognitiva. Un conflitto asimmetrico dal quale i governi nazionali devono ancora imparare a difendersi in modo efficace, senza comunque cadere nella trappola delle narrazioni generiche, che possono far più danni di tutto il resto.
Come dimostra una recente analisi realizzata da Cyabra sugli scontri che hanno infiammo le città francesi, da Lione a Marsiglia, da Limoges a Parigi, la disinformazione coordinata ha cercato di minare la sicurezza pubblica. Il rischio più grande che la Gendarmerie si è trovata di fronte non è stato quello di limitare gli attacchi di eserciti di Bot, ma le conseguenze delle notizie che si diffondevano in tempo reale e che erano in grado di innescare spirali di violenza incontrollata nella folla. In Francia, ma la stessa cosa è avvenuta anche in Italia a Milano nello scorso fine settimana, i post inautentici sono stati diffusi in rete in modo coordinato, negli stessi minuti, utilizzando gli hashtag, che rimangono etichette digitali per recuperare in modo veloce un contenuto, che gli organizzatori delle proteste aveva diffuso per darsi appuntamento e definire percorsi e bersagli. È sufficiente incrociare due dati per comprendere quanto le proteste che hanno messo a ferro e fuoco il centro milanese siano state organizzate in modo mirato: su 26 mila post contenenti l’hashtag #milano, quasi 4 mila avevano come secondo hashtag #maranza.
Un traffico che si è polarizzato grazie ai reel, alle dirette e alle condivisioni di video postati in tempo reale che hanno prodotto 19 milioni di interazioni. Un volume di fuoco digitale che di per sé è difficilmente arginabile, poi se si rinuncia anche a un monitoraggio degli hashtag la battaglia ibrida è già persa.
