Sulle cesate di cantiere di fronte alla palazzina liberty dedicata a Dario Fo e Franca Rame all’interno del parco Formentano (ex Marinai d’Italia) è sempre scritto che la riapertura del piano rialzato «è prevista nel 2026» ma il Comitato Palazzina Liberty Bene Comune, che aveva organizzato un presidio di protesta prima dell’estate, poi saltato per cause di forza maggiore, continua a rimanere sull’attenti e sulle barricate. La fine del restauro sembra non arrivare mai e hanno chiesto al Comune di garantire che la gestione resterà pubblica. Intanto, la palazzina è chiusa dal 2022. E quando mancano otto mesi alla fine del mandato sono ancora tanti gli spazi culturali o storico-monumentali abbandonati o appesi a bandi per la ricerca di «manifestazioni di interesse» che sono arrivati solo in extremis, in diversi casi dopo altri tentativi falliti. Se va bene si tradurranno in veri bandi di gara, assegnazioni e lavori veri e propri solo nel prossimo mandato. Per ora, a pensar male suonano come una «furbata elettorale». Con due mandati a disposizione, e il secondo (per effetto dell’emergenza Covid) lungo sei anni, il sindaco Beppe Sala e la giunta avrebbero avuto tutto il tempo per mettere a terra progetti di recupero. In certi casi si è perso tempo o si è sbagliata la strategia e gli investitori privati non hanno risposto all’appello. Una lista di beni «in disuso e inaccessibili» quindi si trova facilmente nel bando lanciato ad aprile dall’assessore al Demanio Emmanuel Conte per trovare (adesso) operatori disposti a prenderli in concessione e investire su un progetto di recupero. Operazione analoga è stata annunciata dalla sindaca di Genova Silvia Salis, in carica da un anno. E quindi, tra i luoghi «inutilizzati» in città ci sono ad esempio Palazzo Dugnani (chiuso da 15 anni), la Porta Ticinese Medievale, l’ex Collegio Calchi Taeggi, i Magazzini lungo i Bastioni di Porta Venezia (in questo caso non vuoti purtroppo regolarmente occupati), Palazzo Galloni, il Dazio Ovest di Porta Ticinese, l’ex Casa dell’Acqua di via Giacosa, l’ex scuola rurale di Lampugnano, l’ex circolo di via Varesina e tre cascine storiche, Corba, Molino Spazzola e Cort del Colombin.
Era nell’aria ma neanche quest’estate (a meno di sorprese) sarà ricordata per lo sgombero della Cascina Torchiera, che risale alla prima metà del XIV secolo ed è di proprietà comunale. É occupata da trent’anni, i residenti nel piazzale del Cimitero Maggiore a giugno avevano scritto lettere di fuoco al Comune: «Basta notti insonni, non ne possiamo più». Non è stato nemmeno inserito nel famoso bando per la raccolta di manifestazioni di interesse l’ex dazio di piazzale Baiamonti, anche qui forse per non disturbare il collettivo di sinistra che se l’è autointestato 6 anni fa.
Sta uscendo dal tunnel (forse) il progetto del Museo nazionale dell’Arte digitale finanziato dal Ministero della Cultura nei sotterranei dell’ex Albergo Diurno di piazza Oberdan, un gioiello liberty e decò degli anni ’20 che era stato riportato alla luce in occasione di Expo 2015, riaperto saltuariamente dal Fai e per eventi speciali, ma sostanzialmente inaccessibile da anni. A luglio sono comparse le prime cesate. Il progetto, in collaborazione con il Comune, comprende anche il recupero del Casello Daziario Ovest di Porta Venezia, destinato a ospitare uffici, laboratori e spazi per mostre temporanee e farà parte del polo il Meet Digital Culture Center sempre in piazza Oberdan.
