Un fallimento annunciato. Peggio: l’ennesimo pasticcio. Non è una sorpresa l’esito disastroso di «Milano città per la pace». L’iniziativa inaugurata ieri a Palazzo Marino è nata morta, e quando la sindaca di Andria ha intonato il ritornello finto-pacifista orchestrato sulle consuete note anti-Israele, dal «genocidio» al Nobel per i «bimbi di Gaza» (solo quelli, vero?) la delegazione della Comunità ebraica, col rabbino capo e la vicepresidente Dalia Gubbay, ne ha preso atto, facendo l’unica cosa possibile: girare i tacchi e lasciare Palazzo Marino. «Un trappolone» ha detto Daniele Nahum, che - avendo capito che aria tirava - si era ben guardato dal partecipare. Ma se il Comune inanella un flop dopo l’altro, c’è un motivo, anzi tre. Tre motivi per cui la presunzione di condurre una politica estera da Milano si rivela un’imperdonabile velleità. Intanto Giuseppe Sala non è Giorgio La Pira, vocazione e visione profetica non fanno per lui. Poi la maggioranza, si ostina a tenere dentro posizioni insostenibili ed estreme. E si arriva alla sinistra, ormai persa dietro un settarismo pro Pal che assume le forme di un’isteria collettiva. Ma velleità, ossessioni e settarismi non fanno una politica.

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